Perché i manager della Silicon Valley tengono i figli lontani dagli schermi?
- 8 Settembre 2026
- Popolazione
Demiurghi della tecnologia e, per questo, consapevoli dei rischi che comporta: secondo le inchieste del New York Times e di Fortune, i manager della Silicon Valley hanno o stanno limitando fortemente l’accesso alla tecnologia per i propri figli.
Chiaramente, non tutti i Ceo della Silicon Valley dichiarano pubblicamente le proprie regole familiari, e non tutti condividono le stesse posizioni sul tema. D’altra parte, la ripetizione dello stesso schema (limiti severi, spesso quantificati in decine di minuti alla settimana, applicati da persone al vertice delle aziende tech) ha portato molti utenti a chiedersi i motivi di queste scelte.
Chi ha vietato o ristretto l’accesso alla tecnologia ai figli e perché
Peter Thiel, tra i primi investitori di Facebook e cofondatore di Palantir, concede ai figli un’ora e mezza di schermi a settimana; i figli di Steve Jobs, da piccoli, non hanno usato l’Ipad, Bill Gates ha consentito ai propri figli di usare il cellulare solo partire dai 14 anni.
Le motivazioni di questa scelta sono state riassunte da Mark Zuckerberg, Ceo di Meta: “Non voglio che i miei figli stiano seduti davanti a una tv o un computer per un lungo periodo di tempo”. Interagire con le persone è positivo, ha spiegato, ma il consumo passivo di contenuti (“andare semplicemente da un video all’altro”) non fa bene. Quando, nel 2017, nacque la sua seconda figlia nacque, Zuckerberg e la moglie Priscilla Chan scrissero in una lettera aperta che “è importante trovare il tempo per uscire e giocare”.
Adam Mosseri, Ceo di Instagram, ha raccontato che i suoi figli possono guadagnarsi fino a 90 minuti di schermo o videogiochi nel weekend, ma solo completando tre sessioni di studio da 30 minuti durante la settimana. Tim Cook, Ceo di Apple, ha dichiarato pubblicamente che non permetterebbe a suo nipote di iscriversi a un social network. Elon Musk ha ammesso che potrebbe essere stato un errore non aver posto limiti ai social per i propri figli. Neal Mohan, Ceo di YouTube, ha spiegato di limitare l’uso di YouTube e di altre piattaforme da parte dei suoi figli, con regole più rigide nei giorni feriali e maggiore flessibilità nel weekend, sottolineando di sentire “una responsabilità fondamentale” verso i più giovani e di voler dare ai genitori “maggiore controllo” sull’uso della piattaforma da parte dei minori.
Perché queste regole contano più di quelle di un genitore qualsiasi
Chi ha fondato, finanziato o guidato queste piattaforme non è un genitore come un altro rispetto al tema. Conosce i meccanismi che misurano la retention degli utenti, il numero di sessioni giornaliere, i tassi di conversione, la frequenza d’uso e il tempo speso sulla piattaforma. Lavora, o ha lavorato, in un settore in cui il successo commerciale dipende in larga parte dalla capacità di catturare e trattenere l’attenzione degli utenti. Ha o ha avuto accesso a priorità di progettazione interne, ricerche sul comportamento degli utenti, strumenti di personalizzazione dei contenuti e valutazioni sui rischi reputazionali dei propri prodotti.
Come funziona l’economia dell’attenzione
Per capire perché queste scelte non sono casuali, occorre guardare al funzionamento dei social media e degli algoritmi.
Il feed infinito elimina il naturale punto di interruzione che esisteva nei media tradizionali: non c’è una pagina che finisce, un episodio che si conclude, un motivo strutturale per fermarsi. L’autoplay avvia automaticamente un contenuto dopo l’altro, eliminando la necessità di una decisione attiva per continuare a guardare. Le notifiche push riportano l’utente nell’app anche quando non la sta usando, sfruttando meccanismi di richiamo dell’attenzione.
Ci sono poi sistemi di raccomandazione che selezionano i contenuti successivi sulla base del comportamento precedente, ottimizzando costantemente la probabilità che l’utente continui a interagire e creando una società sempre più polarizzata tra chi la pensa in un modo e chi nell’altro.
I video brevi riducono la soglia di ingresso per ogni singolo contenuto, aumentando al tempo stesso la frequenza e la ripetizione del consumo e abbassando la famigerata soglia dell’attenzione con danni certificati sullo sviluppo cerebrale.
Altre metriche utilizzate dai social media, come i contatori di giorni consecutivi di interazione, trasformano la semplice presenza sulla piattaforma in una forma di pressione relazionale verso altri utenti. Infine, la pubblicità comportamentale e la raccolta dati fanno sì che il valore economico di ogni utente cresca proporzionalmente all’attenzione, all’interazione e al livello di profilazione raggiunto.
L’azione contestuale di questi strumenti aumenta la probabilità che l’utente resti online più a lungo di quanto deciderebbe spontaneamente. Nei minori, questa architettura è particolarmente pericolosa perché interferisce con delle menti ancora in fase di sviluppo.
Ue contro Meta
Se i manager della Silicon Valley i limiti li hanno messi da tempo, le istituzioni (nazionali e sovranazionali) stanno prendendo adesso le contromisure. A luglio, la Commissione Europea ha accusato in via preliminare Meta di violare il Digital Services Act mettendo sotto accusa lo scorrimento infinito le notifiche push e l’autoplay. Il procedimento è in corso e l’azienda rischia una sanzione che potrebbe arrivare fino al 6% del suo fatturato globale.
Bruxelles chiede a Meta di applicare in Europa le stesse tutele per i minori raggiunte negli Stati Uniti, dove la società di Zuckerberg ha patteggiato stragiudizialmente un accordo da 16,7 miliardi di dollari.
Il contesto legale e istituzionale
Come ha ricostruito il New York Times nell’inchiesta pubblicata il 18 agosto 2026, in California, Kentucky e New Mexico sono in corso o si sono recentemente concluse cause legali ad alto profilo contro le principali piattaforme social per i danni arrecati alla salute mentale dei bambini. In uno dei procedimenti più rilevanti, la California e altri Stati americani hanno citato in giudizio Meta, proprietaria di Facebook e Instagram, sostenendo che l’azienda abbia “sfruttato tecnologie potenti e senza precedenti per attirare, coinvolgere e infine intrappolare bambini e adolescenti”, accusa che Meta respinge.
È in questo contesto giudiziario e regolatorio, ricostruisce ancora il Nyt, che il comportamento privato di molti dirigenti tech assume un significato pubblico più ampio: mentre le loro aziende affrontano cause legali sulla sicurezza dei minori online e respingono le accuse, in casa la moderazione e la restrizione restano la regola per questi stessi genitori-imprenditori.
Un tema sociale, che non può essere affidato alle sole famiglie
La dimensione privata di queste scelte contiene anche una questione sociale più ampia. I figli dei dirigenti tech hanno accesso a un numero maggiore di alternative allo schermo: attività extrascolastiche strutturate, spazi fisici sicuri, scuole con regole rigide sull’uso dei dispositivi, genitori disponibili a supervisionare e negoziare i limiti, tutoraggio personalizzato, sport organizzato, maggiori occasioni di socialità quotidiana. Molte altre famiglie non dispongono delle stesse risorse economiche e di tempo per sostituire facilmente lo smartphone.
Il tema riguarda quindi, inevitabilmente, anche la regolamentazione pubblica, la progettazione dei prodotti calibrata sull’età degli utenti, le impostazioni predefinite dei dispositivi e delle app, la trasparenza sui meccanismi di funzionamento, le tutele contro l’eccesso di notifiche e, più in generale, la responsabilità delle piattaforme nella progettazione dei propri servizi.


