“La violenza contro le donne è un’epidemia globale”: l’appello dell’Onu
- 9 Settembre 2026
- Mondo
La violenza contro le donne e le ragazze rappresenta un’epidemia globale persistente e pervasiva, una piaga devastante che lascia cicatrici fisiche e psicologiche profonde, spezza i percorsi di istruzione e distrugge i mezzi di sussistenza. A denunciarlo con forza è il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. Guterres spiega che il fenomeno non è una tragedia individuale, ma un dramma collettivo: intere società ne pagano un prezzo salatissimo attraverso economie indebolite e disuguaglianze sempre più ampie.
L’accorato richiamo di Guterres è stato lanciato in occasione del trentesimo anniversario del Fondo fiduciario delle Nazioni Unite per l’eliminazione della violenza contro le donne e le ragazze, istituito dall’Assemblea Generale nel 1996. In tre decenni di incessante impegno, il Fondo ha investito 250 milioni di dollari sostenendo oltre 700 iniziative in 140 Paesi, con l’obiettivo di mantenere operativi i servizi di emergenza, promuovere leggi più severe e garantire che ogni sopravvissuta abbia un luogo sicuro a cui rivolgersi. Ma ancora molto lavoro c’è da fare.
Un’emergenza globale: l’abisso in Afghanistan
Sradicare questa piaga costituisce un requisito essenziale per lo sviluppo sostenibile e i diritti umani, oltre a rappresentare il cuore battente della Dichiarazione e della Piattaforma d’azione di Pechino. Eppure, lo scenario globale appare segnato da insidie crescenti: i conflitti armati, le crisi climatiche, le nuove tecnologie e i continui tentativi di smantellare i diritti conquistati a duro prezzo stanno esponendo donne e bambine a pericoli senza precedenti. Da qui l’appello viscerale di Guterres a tutti i partner internazionali: rinnovare l’impegno finanziario e investire nelle organizzazioni femminili che guidano soluzioni locali e collaudate per costruire un mondo di sicurezza e dignità per tutte.
Questa drammatica regressione dei diritti umani trova uno degli epicentri più bui in Afghanistan. In una dura nota ufficiale, il segretario generale dell’Onu si è detto profondamente preoccupato per le continue e soffocanti politiche discriminatorie imposte dai Talebani, le quali colpiscono ogni singolo aspetto della vita di donne e ragazze. Negare loro la piena partecipazione alla vita pubblica, all’istruzione e al lavoro calpesta i diritti fondamentali e costituisce un ostacolo critico allo sviluppo economico, alla stabilità e alla reintegrazione dell’Afghanistan nella comunità internazionale.
Nel ricordare con amarezza il triste anniversario del divieto alle donne afghane di accedere persino alle sedi Onu in tutto il Paese, Guterres ha ribadito che tali restrizioni violano il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite, minando la capacità di portare aiuti salvavita a una popolazione stremata. Per questo, il segretario generale ha rivolto un urgente appello alle autorità di fatto affinché revochino immediatamente il divieto sul lavoro femminile per l’Onu e ripristino il diritto inalienabile di donne e ragazze a una partecipazione piena, eguale e significativa in ogni ambito della società afghana.
Il fenomeno in Italia: dati e ferite del Paese
Anche in Italia la violenza di genere rappresenta un’emergenza profonda che travaglia la società. Le stime dell’indagine Istat “Sicurezza delle donne” – condotta nel 2025 attraverso 17.500 interviste a cittadine italiane tra i 16 e i 75 anni – rivelano una realtà agghiacciante: sono circa 6 milioni e 400mila (pari al 31,9%) le donne che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nell’arco della propria vita.
Un bilancio doloroso e diffuso: il 18,8% ha subito violenze fisiche e il 23,4% violenze sessuali, con un drammatico 5,7% che ha vissuto l’incubo dello stupro o del tentato stupro. Al di fuori della coppia, circa 2,44 milioni di donne (12,2%) hanno subito violenze fisiche o minacce da parenti, amici, colleghi o sconosciuti, mentre oltre 4,17 milioni (20,8%) sono state vittime di violenze sessuali fuori dalla coppia.
Quando l’aggressore ha il volto di chi si amava, la tragedia si fa ancora più cupa: il 12,6% delle donne in coppia o con partner passati ha subito violenze fisiche o sessuali nell’ambito della relazione, e tra chi ha avuto un ex partner la quota di chi ha subito violenze sale al 18,9% (con 1,72 milioni di vittime di violenza fisica e quasi 950mila di violenza sessuale da parte degli ex). A questo calvario si sommano la violenza psicologica, subita dal 17,9% delle donne legate da una relazione, la violenza economica (6,6%) e gli atti persecutori dello stalking, messi in atto prevalentemente dagli ex partner dopo la separazione (14,7%). Un controllo oppressivo che si manifesta attraverso l’isolamento (10,6%), il controllo assillante (12,6%), la svalorizzazione (9,6%), le intimidazioni (8,8%) e persino restrizioni nella pianificazione familiare e nell’accesso alle cure mediche. Non a caso, quasi la metà delle donne (45,9%) che avevano un partner violento lo ha lasciato proprio per mettere fine alle sofferenze patite.
La carneficina dei femminicidi e la risposta della legge
A misurare l’estremità più tragica della violenza sono i dati del Servizio Analisi Criminale della Polizia di Stato (Ministero dell’Interno). Nel triennio 2023-2025, le donne vittime di omicidio volontario in Italia sono state 119 nel 2023, 120 nel 2024 e 99 nel 2025; la maggior parte dei delitti si è consumata in ambito familiare o affettivo (85 casi nel 2025) e nello specifico per mano di partner o ex partner (62 casi sia nel 2024 che nel 2025).
Per arginare questo sangue versato, la Legge 2 dicembre 2025 n. 181 ha introdotto nel Codice penale il reato specifico di “femminicidio” (art. 577 bis c.p.), entrato in vigore il 17 dicembre 2025. Nel primo semestre del 2026 (1° gennaio – 30 giugno), sono state 8 le donne uccise per le quali è stato contestato il nuovo reato: tutte di età compresa tra i 41 e i 64 anni e tutte assassinate in ambito familiare da partner o ex partner. Complessivamente, considerando sia gli omicidi volontari (art. 575 c.p.) sia i femminicidi (art. 577 bis c.p.), nel primo semestre 2026 si sono registrate 34 vittime di sesso femminile (rispetto alle 54 dello stesso periodo del 2025). Inoltre, l’analisi per fasce d’età del primo semestre 2026 mostra un preoccupante aumento dell’incidenza dei presunti autori giovanili tra i 18 e i 24 anni, salita al 23% rispetto al 19% del primo semestre 2025.
Meloni: “Si uccide una donna perché vuole essere libera”
In questo clima di dolore ed emergenza si inseriscono le parole della presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni. Dal palco di Bari, la premier ha espresso il profondo orrore proprio e della nazione di fronte all’ennesimo omicidio di una donna nel nostro Paese: Lorena Isceri, picchiata e rinchiusa nel bagagliaio di un’auto, l’ex compagno l’ha scaraventata da un viadotto nei pressi di Barberino del Mugello vicino Firenze; oggi si tengono i funerali. Tragedie simili, ha detto Meloni, “stringano il cuore”.
La presidente del Consiglio ha inoltre rivendicato con passione la necessità di chiamare la violenza con il suo nome, pronunciando parole scolpite con forza: “Il femminicidio esiste. Si uccide una donna perché vuole essere libera”. La premier ha così rimarcato il valore civile e giuridico della tutela penale per le donne, chiarendo che “combattere il femminicidio non significa dire che la vita di un uomo vale meno ma che esiste una aggravante”.


