Fumo passivo, 767 milioni di bambini esposti: la protezione comincia in famiglia
- 14 Settembre 2026
- Famiglia
Il fumo passivo è anche una questione di genitorialità: proteggere un figlio non significa soltanto garantirgli cure e alimentazione, ma impedire che le abitudini degli adulti trasformino l’ambiente domestico in una continua fonte di rischio. Il Global Burden of Disease Study 2023, pubblicato su The Lancet Public Health, ha ricostruito diffusione e conseguenze del fumo passivo in 204 Paesi e territori, seguendone l’andamento dal 1990 al 2023 e distinguendo i risultati per età e sesso.
Secondo le stime, nel 2023, 1,66 milioni di persone sono morte a causa del fumo passivo, su un totale di 2,71 miliardi di persone esposte (circa un terzo della popolazione mondiale). Di questi, 767 milioni erano bambini sotto i 14 anni. Anche le donne sono particolarmente esposte: in alcuni Paesi l’esposizione femminile è quasi 1,8 volte quella maschile.
Fumo passivo, i numeri globali
Tra il 1990 e il 2023 la prevalenza del fumo passivo, corretta per la diversa struttura per età delle popolazioni, è diminuita del 22,2%. La crescita demografica ha però impedito che il numero assoluto degli esposti si riducesse in modo corrispondente: su scala mondiale è rimasto sostanzialmente stabile e in alcune aree, in particolare nell’Africa subsahariana, nel Nord Africa e in Medio Oriente, è aumentato nettamente.
Il peso sui sistemi sanitari resta elevato. Per il solo 2023, i ricercatori attribuiscono al fumo passivo 1,66 milioni di decessi e 44,8 milioni di Daly, l’indicatore che somma gli anni di vita perduti per morte prematura e quelli vissuti con malattie o disabilità. Non significa che ogni singolo decesso sia stato certificato clinicamente come conseguenza diretta dell’esposizione: sono stime epidemiologiche ottenute mettendo in relazione la diffusione del fumo passivo con i rischi accertati per nove gruppi di patologie (cardiopatie ischemiche, ictus, tumori maligni di trachea, bronchi e polmoni, tumore della mammella, Broncopneumopatia cronica ostruttiva, asma, diabete di tipo 2, otite media o sindrome della morte improvvisa del lattate). Lo studio considera il fumo prodotto dalla combustione del tabacco e quello espirato dal fumatore.
Il più grande problema del fumo passivo è che non attraversa alcun filtro e, attraverso infiammazione cronica, stress ossidativo e danni ai vasi sanguigni, aumenta il rischio di malattie cardiovascolari e respiratorie, tumori e disturbi metabolici.
Perché i bambini rischiano di più
I bambini hanno vie respiratorie ancora in formazione, un sistema immunitario immaturo e respirano una quantità d’aria maggiore in rapporto al peso corporeo. Per questo la stessa esposizione può produrre conseguenze più pesanti durante l’infanzia.
Nel 2023, tra bambini e adolescenti, il fumo passivo è stato associato a circa 59 mila morti e alla perdita di 5,55 milioni di anni di vita in buona salute. Le infezioni delle basse vie respiratorie rappresentano la componente principale del danno, seguite da asma e otite media. Il nuovo studio include per la prima volta anche l’asma tra gli esiti attribuibili al fumo passivo nel quadro del Global Burden of Disease.
La prevalenza dell’esposizione tra i minori fino a 14 anni è scesa dal 51,7% del 1990 al 37,9% nel 2023, una riduzione relativa del 26,7%. Il progresso è rilevante, ma lascia ancora esposti quasi quattro bambini su dieci a livello mondiale. Inoltre, i minori rappresentano più del 12% dell’intero carico di malattia attribuito al fumo passivo, nonostante appartengano a una fascia di età relativamente breve.
L’esposizione precoce può compromettere lo sviluppo dei polmoni e favorire problemi respiratori che continuano negli anni successivi.
Il fumo dei genitori
La questione centrale è che i bambini più piccoli vengono esposti soprattutto negli spazi privati. Le leggi possono vietare il fumo nelle scuole, negli ospedali, sui mezzi pubblici e nei luoghi di lavoro e persino sui marciapiedi (come ha fatto il Comune di Milano), ma non negli spazi strettamente privati.
Lo studio rileva una stretta relazione tra esposizione dei minori e abitudine al fumo di genitori e
coetanei. Per gli autori, questo legame rende necessario portare gli interventi per smettere di fumare anche negli ambulatori pediatrici e nei servizi territoriali, affiancandoli a programmi educativi nelle scuole.
Donne esposte più degli uomini
Il rapporto mostra anche una marcata disuguaglianza di genere. Nel 2023 le donne esposte al fumo passivo erano circa 1,49 miliardi, oltre la metà del totale. La prevalenza globale standardizzata raggiungeva il 37,3% tra le donne, contro il 30,6% tra gli uomini; in alcuni Paesi l’esposizione femminile risultava quasi 1,8 volte superiore a quella maschile.
Questa differenza non dipende da una maggiore vulnerabilità biologica attribuita alle donne nello studio, ma dalla cultura. Nei contesti in cui fumano soprattutto gli uomini, infatti, molte donne non fumatrici vengono esposte in casa e possono avere un potere limitato nell’imporre regole domestiche senza fumo. L’aria respirata diventa così anche una misura delle relazioni interne alla famiglia e della possibilità concreta di tutelare la propria salute.
Il carico di malattia attribuibile al fumo passivo è risultato vicino tra i due sessi: 22,8 milioni di Daly tra le donne e 22,1 milioni tra gli uomini.
Fumo passivo in gravidanza
Il rapporto non comprende nel proprio calcolo gli esiti negativi della gravidanza, ma il rischio per le gestanti e per il nascituro è documentato dall’Oms. L’esposizione al fumo passivo durante la gravidanza è associata a danni fetali, parto prematuro e basso peso alla nascita.
Anche questo è un tema di genitorialità condivisa: la protezione del bambino non può essere affidata soltanto alla condotta della madre durante la gravidanza. La questione deve coinvolgere anche il partner, i familiari e tutte le persone che frequentano la casa.
Fumo passivo e disuguaglianze nel mondo
Il fumo passivo non è distribuito allo stesso modo nel mondo. Nel 2023 la prevalenza standardizzata più alta è stata rilevata nella vasta area comprendente Sud-est asiatico, Asia orientale e Oceania, dove ha raggiunto il 48,4% della popolazione. In Europa centrale e orientale e in Asia centrale si è attestata al 37,7%, mentre nella super-regione ad alto reddito era al 29%.
Le differenze riflettono la diffusione del fumo attivo, l’efficacia delle norme, la loro applicazione e la densità demografica. In una casa piccola o sovraffollata è più difficile separare chi fuma dagli altri componenti della famiglia. Allo stesso modo, nei Paesi dove le tutele pubbliche sono deboli, inoltre, donne e bambini possono incontrare più ostacoli nel sottrarsi all’esposizione.
Nel 2024 soltanto 79 Paesi avevano raggiunto il livello più elevato previsto dall’Oms per la protezione dal fumo negli spazi pubblici. La quota di popolazione mondiale coperta da leggi complete è salita dal 3% del 2007 al 33%, ma circa il 70% degli abitanti del pianeta è tuttora privo di una piena tutela.
Limiti e metodo dello studio
I numeri devono essere letti tenendo presenti alcuni limiti. L’analisi definisce come esposta una persona non fumatrice o fumatrice occasionale che respira fumo di tabacco in casa o al lavoro. Non calcola l’esposizione che avviene esclusivamente in ristoranti, locali, mezzi pubblici o automobili. Per ricostruire quella domestica, inoltre, presume che chi vive con almeno un fumatore quotidiano sia esposto: un criterio che può sovrastimare alcuni casi e sottostimarne altri.
Molti dati derivano da dichiarazioni degli intervistati e non da biomarcatori come la cotinina. La classificazione distingue tra esposti e non esposti, ma non misura in maniera uniforme durata, frequenza e intensità del contatto. Sono esclusi anche gli aerosol delle sigarette elettroniche e dei prodotti a tabacco riscaldato, i residui del cosiddetto fumo di terza mano, gli esiti della gravidanza e gli eventuali danni cognitivi. Si tratta, tuttavia, della più ampia valutazione specificamente dedicata al fumo passivo nell’ambito del Gbd, basata sull’analisi di 204 Paesi in un periodo di 33 anni.
La conclusione è chiara: le norme hanno ridotto l’esposizione negli ambienti pubblici, ma una parte rilevante del rischio è rimasta dentro gli spazi domestici. Per un bambino, una casa senza fumo non è una preferenza educativa né una misura accessoria: è una forma di protezione quotidiana. E per un genitore, chiedere aiuto per smettere o impedire che si fumi negli ambienti frequentati dai figli significa interrompere la trasmissione di un danno che passa dagli adulti ai bambini senza che questi possano evitarlo.


