“Io, 87enne con disabilità, sfrattata dal mio appartamento”: la storia di Maricarmen e la crisi abitativa in Europa
- 24 Settembre 2026
- Welfare
Tintinnano le chiavi in mano a migliaia di persone in piazza. Sono sotto casa di Maricarmen e rivendicano un diritto, quello di abitare in un luogo sicuro. Siamo a Madrid, dove il 23 settembre 2026, il quartiere Retiro è diventato il palcoscenico di una faglia sociale che attraversa l’intero continente. Al centro di questo sisma c’è una donna di 87 anni, segnata da una disabilità del 50%, che ha visto il mondo trasformarsi oltre i vetri della sua abitazione in Calle Alcalde Sainz de Baranda 46.
In quel perimetro di mura e ricordi, Maricarmen Abascal ha trascorso esattamente 25.550 giorni: oltre settant’anni di vita condensati in un affitto di 500 euro al mese, pagato con la puntualità di chi considera la casa un tempio da custodire. Eppure, quella devozione non è bastata a proteggerla dalla logica del profitto che ha trasformato il suo rifugio in un asset finanziario, spezzando un legame lungo una vita intera sotto il peso di una speculazione che non conosce memoria.
Maricarmen diventa così il simbolo di un problema strutturale in Spagna, come in Italia, come in molti altri Paesi d’Europa e nel mondo: la crisi abitativa.

Proteste contro la speculazione immobiliare in seguito allo sfratto di Maricarmen Abascal a Madrid (Ipa)
La storia di Maricarmen sfrattata a Madrid
Il dramma di Maricarmen si è consumato sotto la pressione del fondo Urbagestión, la società immobiliare proprietaria dell’immobile, che ha mostrato il volto più algido del mercato. Dopo decenni di stabilità, la richiesta di affitto è esplosa, salendo vertiginosamente fino a toccare i 2.650 euro, per poi assestarsi su una proposta di 1.650 euro, oltre tre volte la cifra che Maricarmen pagava da 70 anni, con una pensione di 1.300 euro. La crudeltà della logica finanziaria si è manifestata nel rifiuto categorico di ogni mediazione, compreso il rifiuto dell’offerta di un una nota scrittrice spagnola disposta a coprire di tasca propria la differenza del canone pur di non sradicare la donna dal suo ambiente.
Nelle immagini scattate dai reporter sul posto, si vede Sabina, attivista del Sindicato de Inquilinas, intenta ad aiutare Maricarmen a preparare in lacrime una borsa con le ultime cose. Fuori la tensione diventava tangibile. I vicini avevano tentato una resistenza disperata, una barricata di mobili aggrovigliati e sedie ammassate nei corridoi per rallentare l’inevitabile. Non è servito. Il freddo diniego della giudice Elena Cortina Blanco ha aperto la strada ai caschi blu della Polizia Nazionale, che si sono fatti largo tra le pareti domestiche con la forza delle cariche contro chi era seduto pacificamente a terra.
L’immagine finale di questa capitolazione civile è stata quella di un’ambulanza diretta all’ospedale Gregorio Marañón: a bordo Maricarmen, impossibilitata a camminare. Sarà trasferita in una sistemazione temporanea presso alcuni parenti, mentre la sua casa, da 70 anni, resta ormai un amaro ricordo.

La crisi abitativa in Europa
L’ambulanza che ha portato via Maricarmen non stava trasportando solo una paziente, ma il sintomo visibile di un’Europa in fiamme, dove il mercato immobiliare si è trasformato in una forza invisibile e violenta. In questo processo di finanziarizzazione selvaggia, le pareti domestiche hanno smesso di essere ripari per diventare “asset” speculativi, trasformando il valore d’uso in puro valore di scambio prima di tramutarsi definitivamente in debiti insostenibili.
Guardando oltre i confini del quartiere Retiro, i dati macroeconomici disegnano una crisi sistemica senza precedenti: nell’ultimo decennio, i prezzi delle case nel continente sono aumentati di oltre il 60%, mentre gli affitti sono cresciuti del 20%, staccandosi drammaticamente dalla dinamica dei salari. Il continente europeo soffre di un vuoto costruttivo cronico, con una carenza stimata di 650.000 alloggi ogni anno, un deficit che alimenta una spirale inflattiva inarrestabile.
A complicare questo scenario è il turismo mordi-e-fuggi, che sta letteralmente divorando il cuore delle città storiche, trasformando i quartieri residenziali in dormitori per affitti brevi ed espellendo i residenti storici.

Il caso Italia
Questa deriva europea trova in Italia un terreno particolarmente fertile per il malessere sociale, come evidenziato dal rapporto annuale dedicato ai singoli Paesi dell’Ue e redatto della Commissione europea. Il documento fotografa una realtà in cui il 24,1% delle famiglie vive in affitto e, per le fasce di popolazione più povera, la casa è diventata un cappio economico che assorbe regolarmente oltre il 40% del reddito. Il rapporto ha sottolineato una crescita dell’occupazione, ma la stagnazione dei salari e della produttività rende il costo dell’abitare un ostacolo insormontabile alla mobilità sociale.
Nelle città simbolo, i numeri diventano drammatici: a Milano l’affitto arriva a divorare il 76% dello stipendio medio, seguita da Roma al 65% e Bologna al 48%. Il boom degli affitti brevi, che nel 2024 ha registrato la cifra record di 127 milioni di notti, agisce come un acceleratore della crisi, con casi limite come Firenze, dove il 40% del centro storico è ormai sottratto ai residenti per essere destinato al mercato turistico.
“Sono numeri che raccontano un Paese dove lavorare non basta più a garantirsi un tetto – ha dichiarato il segretario generale del Sindacato Unitario Nazionale Inquilini e Assegnatari, Stefano Chiappelli -. Quando l’affitto arriva a mangiarsi tre quarti dello stipendio non stiamo parlando di un disagio ma di un’emergenza sociale che il Governo continua a sottovalutare. I nostri sportelli lo confermano ogni giorno: negli ultimi mesi gli accessi per morosità e rischio sfratti sono raddoppiati.”
Di fronte a questi numeri, la risposta civile non si è fatta attendere. La protesta dello Spin Time a Roma, che ha visto decine di migliaia di persone scendere in piazza dopo lo sgombero dello stabile di via Santa Croce in Gerusalemme, rappresenta l’urlo di una città che si stringe attorno ai propri fragili. Davanti al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, i manifestanti hanno posizionato simbolicamente un tavolo e una brandina, un’immagine potente per denunciare che, senza soluzioni radicali, la strada rimarrà l’unica dimora per molti. Il paradosso italiano è racchiuso nel fallimento dell’Edilizia Residenziale Pubblica (Erp), che rappresenta appena il 2,4% del patrimonio totale, a fronte di una lista d’attesa che conta 650.000 famiglie. Mentre 63.000 alloggi vuoti cadono a pezzi per mancanza di manutenzione, la spesa sociale dello Stato rimane ferma a un 0,04% del Pil, una frazione bassa rispetto alla media dell’Unione europea.
La risposta politica: il piano casa
Le risposte della politica, come il Piano Casa Italia 2026 e la stretta fiscale con la cedolare secca sugli affitti brevi al 26%, tentano di mitigare gli effetti della speculazione ma appaiono spesso come semplici palliativi. A livello europeo, la nomina del commissario Dan Jørgensen e la proposta dell’Affordable Housing Act segnalano però un cambio di paradigma verso quello che i tecnici chiamano “Stress abitativo”.
La crisi, in sintesi, non è più un’emergenza temporanea, ma un difetto strutturale che richiede di rimettere l’essere umano al centro delle politiche pubbliche. Come scritto nell’articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani, “ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo (…) all’abitazione”. Ma finché la casa sarà trattata esclusivamente come un investimento e non come un pilastro della dignità civile, il suono delle chiavi di Maricarmen continuerà a risuonare nelle nostre piazze non come un simbolo di possesso, ma come un grido di allarme per un diritto che stiamo perdendo.


