Sposati ma con residenze separate: la nuova famiglia italiana tra lavoro e burocrazia
- 31 Agosto 2026
- Famiglia
Sempre più coppie sposate in Italia scelgono di vivere in case diverse, non per una crisi coniugale, ma per necessità legate al lavoro, alla cura di un familiare o alla gestione di un patrimonio immobiliare. Bisogna subito chiarire che il Codice civile prevede il dovere di coabitazione e di fissare insieme l’indirizzo della vita familiare ma permette ai coniugi di concordare esigenze abitative diverse. Per l’ordinamento italiano marito e moglie possono vivere anche in Comuni distanti tra loro, mantenendo intatto il vincolo matrimoniale e, a determinate condizioni, i relativi benefici fiscali.
Il fenomeno in cifre: il “pendolarismo familiare” cresce
I dati più recenti confermano che la distanza abitativa tra coniugi non è più un’eccezione marginale, ma una dinamica demografica in espansione.
Secondo il Rapporto Annuale Istat 2026, in Italia circa 3 milioni di persone adulte vivono quello che gli statistici definiscono “pendolarismo familiare”: individui che, per motivi di lavoro, studio o cura, risiedono con regolarità per periodi determinati in un luogo diverso dalla propria abitazione abituale. Si tratta di quasi 700mila persone in più rispetto al 2003 (nonostante il calo demografico) con un’incidenza sulla popolazione adulta salita dal 4,7% al 5,9%.
Tra questi pendolari, oltre 1,5 milioni si spostano specificamente per raggiungere un familiare, coniuge o partner in primis: proprio questa componente è quella cresciuta di più negli ultimi vent’anni, con un aumento di 8 punti percentuali rispetto al 2003, superando sia i pendolari per lavoro che quelli per motivi di studio. Il dato certifica un cambiamento strutturale: la distanza abitativa tra i partner, spesso imposta da esigenze professionali, è diventata una delle prime cause di “sdoppiamento” familiare in Italia, più della stessa ricerca di un impiego.
A volte subentra l’esigenza di abitare lontano dal proprio posto di lavoro per contenere le spese. Si pensi, ad esempio, a chi vive a Torino ma lavora a Milano.
Anche i trasferimenti di residenza tra Comuni dimostrano una mobilità crescente: nel 2025 hanno coinvolto un milione e 455mila cittadini, in aumento del 5,1% rispetto all’anno precedente, secondo gli ultimi Indicatori Demografici Istat. Un contesto in cui le trasformazioni socio-demografiche degli ultimi decenni hanno già portato, secondo l’Istituto di statistica, a una maggiore diversificazione e semplificazione delle famiglie italiane.
Quando non è lecito
Il Codice civile non impone un obbligo rigido di condividere lo stesso tetto ogni giorno dell’anno. L’articolo 143 prevede il dovere reciproco di coabitazione, ma l’articolo 144 chiarisce che sono gli stessi coniugi a concordare l’indirizzo della vita familiare, tenendo conto delle esigenze di entrambi. La coabitazione, nella lettura moderna della norma, non significa vivere fisicamente sotto lo stesso tetto tutti i giorni, ma condividere un progetto di vita comune.
La separazione delle residenze diventa invece illegittima se imposta unilateralmente da uno dei due coniugi, configurando un abbandono del tetto coniugale secondo l’articolo 146 del Codice civile, oppure se utilizzata come artificio per evadere le imposte.
Cosa cambia sul piano anagrafico e fiscale
Sul piano burocratico, la scelta di due residenze comporta automaticamente due distinti stati di famiglia.
Nel certificato di stato di famiglia anagrafico compaiono infatti soltanto le persone che coabitano stabilmente allo stesso indirizzo: il coniuge che si trasferisce altrove non figura più nel documento dell’altro, che riporterà solo se stesso e gli eventuali figli conviventi. Questa assenza dal certificato non intacca in alcun modo la validità del matrimonio, che può comunque essere attestata ufficialmente richiedendo l’estratto per riassunto dell’atto di matrimonio rilasciato dallo stato civile.
Sul fronte del Modello 730, ai coniugi con residenze diverse resta comunque garantita la possibilità di presentare la dichiarazione dei redditi congiunta, purché permanga il vincolo matrimoniale e nessuno dei due sia esonerato dalla presentazione. La separazione anagrafica non modifica il reddito complessivo della coppia, ma richiede la corretta indicazione dei rispettivi domicili fiscali nelle dichiarazioni.
Imu: la doppia esenzione dopo la sentenza della Corte Costituzionale
Il nodo più delicato, e più discusso, riguarda l’Imu sulla prima casa. Come riassunto da Idealista News, la materia si è stabilizzata con la sentenza n. 209/2022 della Corte Costituzionale, che ha eliminato le incertezze precedenti stabilendo un principio chiaro: marito e moglie con residenze diverse possono ottenere entrambi l’esenzione totale dall’imposta, senza dover scegliere un solo immobile su cui applicare il beneficio, sia che vivano in Comuni diversi sia che risiedano in abitazioni distinte all’interno dello stesso Comune.
Per accedere alla doppia esenzione, però, ogni immobile deve soddisfare due requisiti tassativi e verificabili: la residenza anagrafica, cioè l’iscrizione ufficiale nei registri del Comune a quell’indirizzo, e la dimora abituale, ossia il soggiorno effettivo nell’immobile per la maggior parte dell’anno, dimostrabile attraverso i consumi reali delle utenze domestiche.
L’Imu torna invece dovuta dal coniuge proprietario in tre casi specifici: quando si tratta di immobili di lusso, accatastati nelle categorie A/1, A/8 e A/9; quando il Comune dimostra che l’immobile non è realmente abitato, ad esempio in presenza di consumi pari a zero, applicando in questo caso anche sanzioni e arretrati; oppure quando la coppia possiede ulteriori fabbricati oltre alle due abitazioni principali già esentate.
Tari e utenze: due case, due bollette
Anche sul fronte dei tributi locali la doppia residenza produce effetti concreti. La tassa sui rifiuti (Tari) viene calcolata dai Comuni in base al numero di occupanti e alla superficie dell’immobile: avere due residenze distinte comporta che ciascun coniuge venga considerato occupante autonomo nella propria abitazione, con l’emissione di due cartelle di pagamento separate.
Isee: la coppia resta comunque un unico nucleo familiare
Un aspetto spesso equivocato riguarda l’Isee, strumento fondamentale per accedere a molti benefici pubblici pevisti dall’ordinamento. Molti pensano che avere residenze diverse permetta di dividere i redditi e abbassare artificialmente l’indicatore, ma il D.P.C.M. n. 159/2013 stabilisce che i coniugi non separati legalmente appartengono sempre allo stesso nucleo familiare, indipendentemente da dove risiedano.
Ai fini della Dichiarazione Sostitutiva Unica (Dsu), la coppia deve scegliere una delle due residenze come riferimento per la pratica, ma nel modulo vanno comunque inseriti patrimoni, redditi e conti correnti di entrambi i coniugi. L’unica eccezione riguarda i casi di separazione legale o di provvedimenti giudiziari di urgenza.
I controlli dei Comuni e i rischi della residenza fittizia
Proprio per evitare abusi, i Comuni e la Polizia Locale effettuano verifiche incrociate sui consumi delle utenze domestiche (luce, acqua, gas) per accertare la reale presenza dei coniugi negli immobili dichiarati. Se i consumi risultano incompatibili con una presenza abituale, l’amministrazione può revocare la residenza con effetto retroattivo, applicando le sanzioni previste.
Le conseguenze di una residenza fittizia dichiarata al solo scopo di eludere il fisco o ottenere agevolazioni indebite sono severe: oltre alla perdita immediata dei benefici tributari, come l’esenzione Imu sulla prima casa o le detrazioni Tari, e al recupero delle imposte arretrate con sanzioni e interessi, la dichiarazione non veritiera al pubblico ufficiale configura il reato di falso ideologico (articolo 483 del Codice penale).
I Comuni incrociano costantemente i dati anagrafici con le banche dati dell’Agenzia delle Entrate e dei gestori dei servizi elettrici e idrici: quando la dimora abituale dichiarata non corrisponde alla realtà, l’omessa o falsa dichiarazione viene segnalata alle autorità competenti per i necessari accertamenti giudiziari.


