Screening neonatale, dal test biochimico alla genomica: cosa cambia per la diagnosi precoce
- 3 Luglio 2026
- Welfare
Lo screening neonatale è uno degli strumenti principali per individuare, nei primi giorni di vita, patologie rare o metaboliche che possono beneficiare di una diagnosi tempestiva. Al modello tradizionale, basato soprattutto sull’analisi di marcatori biochimici, si affianca oggi la possibilità di utilizzare tecnologie di sequenziamento genetico per ampliare o rendere più preciso il percorso diagnostico.
È il tema al centro di due esperienze italiane presentate dall’Università di Trieste e dall’Ospedale dei Bambini Vittore Buzzi di Milano. I due studi prendono in esame modalità diverse di integrazione della genomica nello screening neonatale: come test di primo livello, secondo un approccio definito “genomic first”, oppure come test di secondo livello, dopo un risultato positivo allo screening biochimico.
Nel primo caso, lo studio “Analisi dei costi dello screening neonatale in Friuli Venezia Giulia: confronto tra approccio attuale e impiego del NGS come test di primo livello”, realizzato da AdRes, Health Economics & Outcomes Research, valuta l’impatto dell’impiego del sequenziamento dell’esoma su tutti i neonati. Nel secondo, l’esperienza lombarda analizza l’utilizzo dell’esoma come esame di approfondimento nell’ambito dello Screening Neonatale Esteso.
Il modello “genomic first”
Lo screening neonatale attualmente in uso consente di identificare diverse patologie attraverso l’analisi di biomarcatori. Il suo campo di applicazione, tuttavia, è legato alla disponibilità di marcatori specifici e alla loro capacità di segnalare precocemente una determinata condizione.
“Lo screening neonatale è molto efficace, ma può identificare solo le patologie associate a specifici biomarcatori”, spiega Paolo Gasparini, professore ordinario di Genetica medica dell’Università di Trieste e direttore della Struttura complessa di Genetica medica dell’Irccs Burlo Garofolo di Trieste. “Con un approccio genomico possiamo intercettare le malattie genetiche direttamente alla radice, anche in assenza di segnali precoci evidenti”.
Lo studio realizzato da AdRes confronta il modello attuale con uno scenario in cui il sequenziamento dell’esoma, o WES, viene utilizzato come primo livello di indagine per tutti i neonati. L’esoma rappresenta la parte del genoma che contiene le informazioni per la produzione delle proteine ed è una delle aree più analizzate nella diagnostica delle malattie genetiche.
Secondo l’analisi, l’introduzione del WES come test di primo livello comporterebbe un incremento di costo di circa 50 euro per neonato. La valutazione economica considera però anche i potenziali risparmi associati alla diagnosi anticipata, alla riduzione di complicanze e alla minore necessità di percorsi diagnostici successivi.
Prendendo come riferimento il Friuli-Venezia Giulia, con circa 1,3 milioni di abitanti e 7.500 nascite l’anno, il modello stima risparmi per circa 2,2 milioni di euro, a fronte di un costo operativo di circa 1,4 milioni. La stima considera i benefici economici collegati all’anticipo della diagnosi.
In termini diagnostici, l’adozione dello screening genomico potrebbe consentire di individuare ogni anno ulteriori 7-8 casi di malattie rare non rilevabili con i test biochimici tradizionali. Si tratta di condizioni per le quali l’assenza di biomarcatori specifici può rendere più complessa l’identificazione precoce con gli strumenti oggi in uso.
“Investire nella diagnosi precoce significa rendere il sistema più sostenibile nel medio-lungo periodo”, aggiunge Gasparini. “È una logica di sanità orientata alla prevenzione”.
L’esoma come test di secondo livello
Un diverso modello di integrazione della genomica è quello adottato in Lombardia, dove il sequenziamento dell’esoma è stato introdotto come test di secondo livello nell’ambito dello Screening Neonatale Esteso, a seguito dell’aggiornamento delle linee guida regionali.
In questo caso, la genomica non viene applicata a tutti i neonati, ma utilizzata dopo un risultato positivo allo screening biochimico. L’obiettivo è distinguere più rapidamente i casi che richiedono una presa in carico specialistica da quelli che possono essere classificati come falsi positivi o come portatori sani.
“Abbiamo dimostrato che l’utilizzo del sequenziamento dell’esoma come test di secondo livello consente di ridurre di due terzi i falsi positivi”, commenta Cristina Cereda, professore associato di Genetica medica dell’Università degli Studi di Milano e direttrice della Struttura complessa di Screening neonatale, Genomica funzionale e Malattie rare dell’Ospedale Buzzi. “Questo comporta un risparmio di risorse sanitarie e una riduzione dell’ansia per le famiglie”.
Lo studio condotto al Buzzi ha coinvolto 108 bambini risultati positivi allo screening biochimico. L’analisi genomica ha permesso di chiarire diversi casi, mostrando che una parte dei neonati non presentava una condizione patologica attiva, ma rientrava tra i falsi positivi o tra i portatori sani. In assenza di un approfondimento genetico, questi bambini sarebbero potuti essere indirizzati verso ulteriori accertamenti o centri di riferimento.
L’impiego del WES come second-tier test permette quindi di selezionare con maggiore precisione i neonati da inviare alla presa in carico specialistica. Per i centri di riferimento, questo si traduce in una riduzione degli accessi non appropriati; per il percorso clinico, in una maggiore definizione diagnostica nella fase immediatamente successiva allo screening.
“Il futuro sarà probabilmente rappresentato da un approccio integrato”, conclude Cereda, “in cui screening biochimico e genomica lavoreranno insieme per migliorare accuratezza diagnostica, sostenibilità del sistema ed equità di accesso”.
Le due esperienze italiane indicano dunque due possibili modalità operative: l’impiego della genomica come primo livello di screening oppure come strumento di approfondimento dopo un test biochimico positivo. In entrambi i casi, il tema centrale riguarda l’integrazione delle tecnologie di sequenziamento nei programmi pubblici di prevenzione neonatale, con valutazioni che comprendono aspetti diagnostici, organizzativi ed economici.

