Pedopornografia, un’inchiesta scopre inserzioni di Instagram che “sfuggono ai controlli”
- 3 Luglio 2026
- Giovani
Immaginate di aprire Instagram. Seguite dieci profili suggeriti, forse modelle o influencer che postano foto di cibo e vita quotidiana. In meno di una settimana, senza che abbiate cercato nulla di proibito, il vostro feed inizia a trasformarsi. Prima appaiono video di sesso esplicito tra adulti. Poi, l’abisso: pubblicità a pagamento che ritraggono bambini e bambine in situazioni sessualmente esplicite.
Non è il “dark web”. È la piattaforma che usiamo ogni giorno e a rivelarlo è stata un’inchiesta di Bbc Eye che ha squarciato il velo su una realtà agghiacciante che riguarda l’India: Instagram avrebbe ospitato e diffuso inserzioni che usano esplicitamente termini come “rape video” (video di stupri) e “child video” (video di bambini) per attirare clienti.
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99 rupie per una vita distrutta
Questi annunci non sono solo post ignorati. Sono sofisticati “ponti” digitali. Con un semplice clic, l’utente viene trasportato da Instagram a canali Telegram dove il materiale pedopornografico viene venduto a prezzi irrisori: appena 99 rupie, meno di un euro.
Le prove raccolte vedevano protagonisti di un’inserzione un ragazzino e una ragazzina di circa 12 anni impegnati in atti sessuali. Un’altra ritraeva un uomo di 52 anni abbracciato a una bambina di 12 con la scritta: “Clicca per vedere di più”. Un annuncio segnalato dalla Bbc mostrava una bambina piccola in lacrime, con parole che indicavano chiaramente una violenza subita.
Per Meta “non viola i nostri standard”
La rivelazione che più preoccupa, però, riguarda la reazione di Meta. A differenza dei normali post, ogni singola pubblicità su Instagram dovrebbe essere revisionata e approvata dalla tecnologia di moderazione prima di andare online. Eppure, quando la Bbc ha segnalato l’immagine della bambina in lacrime, la risposta di Instagram è arrivata dopo 24 ore: l’annuncio “non violava le linee guida della comunità”.
Meta ha poi ammesso che “nessun sistema è perfetto” e che la loro intelligenza artificiale dedita alla verifica di tali contenuti potrebbe non rilevare tutte le violazioni, pur avendo rimosso gli account segnalati solo dopo il coinvolgimento diretto della stampa. “Continuiamo a utilizzare tecnologie di rilevamento proattivo sugli annunci una volta pubblicati, e chiunque può segnalarci un annuncio che ritiene violi le nostre regole”, ha affermato Meta.
Telegram, dal canto suo, ha dichiarato di aver rimosso nel 2026 oltre 274.000 gruppi e canali relativi a materiale pedopornografico.
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200 miliardi di motivi per non fermarsi
Perché succede? Secondo Brian Boland, ex vicepresidente di Facebook che ha lasciato l’azienda nel 2020, la risposta è nel codice stesso dell’algoritmo. Il sistema è progettato per trattenere l’utente sulla piattaforma offrendo contenuti sempre più “estremi e provocanti” per massimizzare clic e ricavi.
Nel 2025, quasi il 98% delle entrate di Meta (circa 200 miliardi di dollari) è derivato dalla pubblicità. “Non è che l’algoritmo voglia creare pedofili,” spiega Boland, “ma perseguendo ossessivamente clic e profitti, finisce per creare questi esiti tragici se non viene controllato in modo aggressivo”.
L’India come frontiera del crimine digitale
L’India è il secondo Paese al mondo per segnalazioni di abusi sui minori online, con 1,9 milioni di segnalazioni nel 2025, preceduto solo dagli Stati Uniti. Le reti criminali, spesso legate al traffico di esseri umani, sfruttano la navigazione tra le app per sfuggire alla giustizia. Mentre Meta collabora con il Centro statunitense per i bambini scomparsi e sfruttati, Telegram non ne fa parte, in quanto la sede è a Dubai, rendendo quasi impossibile tracciare l’intera catena di fornitura di questi materiali.
Madan Lokur, ex giudice della Corte Suprema indiana, è stato categorico: Instagram sta “guadagnando partecipando a un’attività criminale”. Secondo Lokur, la gravità dei fatti è tale da giustificare un intervento d’ufficio della Corte Suprema per costringere il governo a prendere provvedimenti severi contro le piattaforme.
Il precedente esiste: negli Stati Uniti, Meta è stata recentemente condannata a pagare 375 milioni di dollari nello stato del New Mexico per aver ingannato gli utenti proprio sulla sicurezza dei minori.

