La curiosità allunga la vita, la rivelazione dallo studio sugli anziani sardi
- 24 Luglio 2026
- Popolazione
Curiosità fa rima con longevità e non solo da un punto di vista fonetico. Un nuovo studio pubblicato sull’International Journal of Applied Positive Psychology, firmato dalla psicologa Maria Chiara Fastame, ha osservato come negli ultra-settantenni della Blue Zone della Sardegna maggiore apertura mentale, competenza emotiva e attività stimolanti si accompagnino a un buon livello di benessere in età avanzata. Non è una “formula magica” per vivere più a lungo, ma un tassello in più per capire come si costruisce la vecchiaia attiva.
Cosa è emerso dallo studio
Lo studio parte da una domanda semplice e concreta: esiste un profilo psicologico che distingue gli anziani sardi che vivono in aree di straordinaria longevità (note come “Blue Zonez”) dai coetanei delle zone limitrofe? Per rispondere, Fastame ha lavorato su un campione di 125 adulti tra 71 e 101 anni, confrontando chi risiede nella Blue Zone sarda con chi vive in una zona rurale vicina che non rientra nella classificazione di “zona blu”.
Il dato centrale riguarda la curiosità e l’apertura all’esperienza. Gli anziani della Blue Zone risultano più curiosi, più disposti a provare nuove attività, più elevati nell’“openness to experience”, il tratto di personalità che indica interesse per il nuovo, flessibilità mentale e capacità di adattarsi a situazioni diverse. A questo si aggiunge una maggiore competenza emotiva, ovvero una migliore capacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni, di usare strategie di coping funzionali (ovvero i comportamenti messi in atto da un individuo per affrontare eventi stressanti o problematici) e di mantenere un equilibrio psicologico anche di fronte alle sfide dell’età.
Il risvolto sulle abitudini quotidiane
Sul piano pratico, queste differenze si traducono in abitudini quotidiane: gli anziani della Blue Zone dedicano in media 11,3 ore a settimana a hobby, attività sociali e occupazioni mentalmente stimolanti, contro le 6,8 ore del gruppo non Blue Zone. Più tempo per interessi, relazioni e attività che impegnano la mente, meno sedentarietà passiva. I risultati dello studio sono coerenti con i “segreti della longevità” rilevati tra gli anziani di Okinawa.
Numeri, metodo e confronto
Per misurare questi aspetti, la ricerca ha utilizzato strumenti psicometrici standardizzati, in grado di valutare i tratti di personalità come l’apertura mentale, indicatori di competenza emotiva e strategie di coping, oltre a raccogliere informazioni sulle attività svolte dagli anziani nel corso della settimana.
I 125 partecipanti sono stati selezionati tra residenti delle aree sarde note per l’alta concentrazione di ultracentenari e anziani longevi – le Blue Zones – e tra persone di una zona rurale vicina non Blue Zone, con condizioni socio-economiche simili ma senza lo stesso primato di longevità.
I risultati mostrano in modo consistente che il gruppo Blue Zone si colloca più in alto nelle scale di openness to experience, nelle misure di competenza emotiva e nel tempo dedicato ad attività attive e stimolanti.
Nel gruppo non Blue Zone, al contrario, prevale una routine più ripetitiva, meno ore investite in interessi personali e un profilo emotivo mediamente meno ricco di strategie adattive.
È importante sottolineare che si tratta di uno studio osservazionale e di piccole dimensioni: con 125 persone non si pretende di descrivere l’intera popolazione anziana sarda, né tanto meno di stabilire leggi generali su tutte le zone blu mondo.
La Blue Zone sarda: un laboratorio naturale della longevità
La Blue Zone sarda è da anni uno dei laboratori naturali più studiati al mondo sulla longevità. In alcune aree dell’isola – in particolare nell’interno montano – la concentrazione di ultracentenari e di persone che superano i 90 anni in buona salute è significativamente più alta che altrove. Negli anni, la ricerca ha evidenziato il ruolo della dieta (alimentazione tradizionale, povertà di alimenti ultra-processati), di attività fisica quotidiana (camminare, lavorare nei campi, vita meno sedentaria), di coesione sociale (famiglie estese, comunità piccole ma dense di relazioni).
A questi elementi lo studio di Fastame, in linea con il filone di studi più recente sul tema, aggiunge l’analisi dei fattori psicologici: come pensano, come sentono e come si comportano gli anziani che invecchiano meglio? La curiosità, in questo quadro, non è vista come un tratto isolato, ma come parte di un insieme di atteggiamenti che sostengono l’invecchiamento attivo.
Curiosità, mente e comportamento nella vecchiaia
Dal punto di vista psicologico, l’associazione osservata nello studio suggerisce che la curiosità e l’apertura all’esperienza possono accompagnare un invecchiamento più attivo e adattivo. Gli anziani della Blue Zone che dedicano oltre 11 ore a settimana a hobby e attività stimolanti non stanno solo “occupando il tempo”: stanno mantenendo il cervello impegnato, coltivando relazioni ed esplorando nuove possibilità nonostante l’età avanzata.
In particolare, la maggiore competenza emotiva rilevata nel gruppo Blue Zone indica che non si tratta solo di fare più cose, ma di saper stare meglio dentro ciò che accade. Tra queste evenienze ci sono i lutti, i cambiamenti di ruolo (in famiglia e/o nella società) e i limiti fisici che subentrano con l’età. A queste situazioni il gruppo analizzato ha reagito con strategie che riducono il rischio di ritiro sociale e di blocco emotivo.
Correlare i risultati dello studio condotto da Maria Chiara Fastame solo al numero sulla carta di identità sarebbe riduttivo e persino fuorviante. Il risultato più utile in termini demografici è che la quantità della vita dipende dalla qualità della vita.
Limiti e cautele: una prova interessante, non definitiva
Lo studio non prova che la curiosità causi direttamente la longevità, né che basterebbe “fare più cose” per vivere più a lungo. Il campione ridotto e la natura osservazionale della ricerca non consentono di stabilire un nesso causale netto. Si può dire che, in questo gruppo specifico, chi invecchia meglio è anche più curioso e più emotivamente competente, non che la curiosità da sola sia responsabile dei loro anni in più.
I risultati vanno quindi letti come un segnale interessante, una traccia da seguire, non come una verità definitiva. Oltre a parlare alle persone comuni, lo studio è prezioso anche per il mondo della ricerca perché consolida un filone di studi secondo cui, per sostenere un invecchiamento sano, occorre considerare anche i fattori psicologici e comportamentali, non solo quelli biologici o ambientali.
Tra gli anziani sardi, la curiosità appare come uno dei tasselli che, insieme agli altri, possono contribuire a rallentare l’invecchiamento e a renderlo più umano e più soddisfacente.
Eleanor Roosevelt (1884-1962), attivista ed ex first lady degli Stati Uniti d’America, aveva già intuito ciò che oggi gli studi confermano: “Io penso che, se alla nascita di un bambino una madre potesse chiedere a una fata di dotarlo del dono più utile, quel dono sarebbe la curiosità”.

