Stuprata in vivavoce con i familiari in cambio di soldi: è orrore in Sudan
- 4 Giugno 2026
- Mondo
Nuda. Affamata. Ferita. Distesa tra la propria urina in un villaggio abbandonato nel cuore del deserto. Per due giorni è stata merce. Un corpo da violare, più e più volte, da uomini diversi. Poi i suoi carcerieri le hanno messo in mano un telefono. Non un gesto di pietà, ma l’inizio di un’estorsione brutale. A raccontarla è una 38enne sudanese all’Associated Press, la quale ha spiegato che la formula è lineare: “Chiama i tuoi parenti. Di’ loro di comprare la tua libertà, o morirai“. E chi non ha soldi? Scompare come non fosse mai esistita.
Il corpo femminile come “bancomat” di guerra
Quella che strazia il Sudan da oltre tre anni non è solo una lotta per il potere tra i generali delle Forze Armate Sudanesi (Saf) e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (Rsf). È diventata una sistematica caccia all’uomo, dove il corpo delle donne è il terreno di scontro e, soprattutto, una fonte di guadagno. Lo stupro non è più un effetto collaterale: è un’arma di distruzione di massa e un’impresa economica.
Il meccanismo è brutale. I miliziani delle Rsf sequestrano le donne, spesso separandole dai figli o dai mariti, e le trasformano in schiave. Le costringono a svuotare i propri conti bancari tramite app digitali. Poi passano alle telefonate ai familiari. Mentre la donna implora aiuto, i soldati la torturano in diretta telefonica. Premono oggetti metallici sulle sue unghie per farla urlare. Vogliono che il dolore arrivi nitido dall’altra parte del telefono. Più l’urlo è straziante, più il riscatto sarà rapido. Si chiedono cifre folli: da 1.500 a 10.000 euro. In un Paese dove la gente muore di fame, è il prezzo per non sparire nel nulla. Gli episodi di sequestro a scopo di riscatto sono aumentati del 195% dall’inizio del conflitto.
La pulizia etnica passa per lo stupro
Le testimonianze raccolte negli ultimi anni da Medici senza frontiere rilevano una strategia del terrore con contorni etnici precisi. Le comunità non arabe come i Zaghawa, i Massalit e i Fur vengono sistematicamente colpite da atrocità. Durante l’attacco al campo di Zamzam, i miliziani urlavano insulti razziali come “falangayat” (schiavi neri) mentre violentavano bambine di 15 anni e donne anziane.
Non c’è limite all’età: le vittime documentate dall’Onu nel mondo variano da un anno a 70 anni. In Sudan, circa il 20-27% dei sopravvissuti assistiti da Medici senza frontiere è un minore, inclusi bambini sotto i cinque anni. Le donne vengono aggredite mentre cercano legna, acqua o cibo, trasformando ogni attività vitale in una roulette russa. Molte, sapendo che lo stupro è quasi inevitabile durante la fuga, chiedono contraccettivi prima di mettersi in viaggio verso la salvezza.
Lo stupro come arma globale: il caso Russia e Israele
Il Sudan è l’epicentro, ma l’orrore è globale. Secondo l’Onu, nel 2025 i casi verificati di violenza sessuale legata ai conflitti sono più che raddoppiati, raggiungendo quasi quota 10.000. La Special Representative Pramila Patten ha denunciato una brutalità estrema usata come tattica di tortura e repressione politica.
In questo scenario, il Palazzo di Vetro ha rotto un tabù diplomatico secolare. Per la prima volta, le forze armate e di sicurezza della Russia e di Israele sono state ufficialmente inserite nella “lista nera” dell’Onu dei responsabili di violenze sessuali sistematiche. È un segnale potente: il diritto internazionale non considera più questi atti come “collaterali”, ma come crimini di guerra che devono portare i responsabili davanti alla giustizia.
Un Paese al collasso
Tornando al Sudan, il contesto è quello di un Paese al collasso totale. Quasi 14 milioni di persone sono in fuga: è la più grande crisi di sfollati del pianeta. In aree come il Nord Darfur, la fame ha raggiunto livelli catastrofici. I sopravvissuti raccontano di essere ridotti a mangiare mangime per animali per non morire.
Il sistema sanitario è stato deliberatamente distrutto. Nel 2025, l’82% di tutti i decessi mondiali causati da attacchi a ospedali e cliniche è avvenuto in Sudan. Le strutture vengono saccheggiate, bombardate e occupate militarmente. Molte donne portano i segni fisici dell’orrore: emorragie interne, infezioni e traumi psicologici che impediscono loro di concepire o di vivere una vita normale. Non possono permettersi nemmeno l’operazione chirurgica necessaria per fermare il dolore.
Il silenzio è complicità
Questa tragedia è un fallimento politico collettivo. La risposta internazionale è inconsistente e inadeguata. I tagli statunitensi ai finanziamenti sono stati devastanti: l’amministrazione Trump ha interrotto i fondi al Fondo Onu per la Popolazione (Unfpa), sottraendo oltre 370 milioni di dollari destinati proprio al supporto delle vittime di violenza sessuale.
Mentre i miliziani continuano a usare il corpo delle donne come un bancomat, le sopravvissute cercano di rialzarsi nei campi profughi di Tawila. La storia della 38enne sudanese è una storia di riscatto: diventata mentore per le più giovani, ha trasformato il trauma in resistenza. Chiede solo una cosa: che il mondo non distolga lo sguardo. Perché ogni volta che la comunità internazionale tace, un altro corpo viene venduto, un altro urlo viene soffocato, un’altra vita viene distrutta.

