Maturità 2026, una materia spaventa tutti e non si impara (ancora) a scuola
- 12 Giugno 2026
- Giovani
Maturità 2026, non ti temo… o forse sì? Migliaia di giovani si apprestano a sostenere l’esame più temuto dagli adolescenti, ma sanno gestire rabbia e tristezza? Paura e ansia? E soprattutto, la scuola si sarà dimostrata un’ottima alleata nell’insegnargli la gestione delle proprie emozioni? A porsi questi quesiti è l’ultima ricerca MINDex 2026, il barometro del benessere mentale realizzato da Unobravo in collaborazione con Ipsos Doxa.
L’indagine, condotta tra il 26 marzo e il 6 aprile 2026 attraverso 1.600 interviste (metodologia CAWI), ha analizzato un campione rappresentativo della popolazione italiana di età compresa tra i 18 e i 70 anni. I dati emersi tracciano un quadro netto: mentre i giovani della Gen Z mostrano una nuova apertura, i Baby Boomer restano legati a un forte disagio e l’intero sistema scolastico sembra essere stato “rimandato” in educazione affettiva.
Educazione emotiva, come una generazione sta riscrivendo il dialogo in famiglia
Gen Z, tra apertura culturale e fragilità pratica
Analizzando la fascia dei più giovani (Gen Z), emerge un profondo cambiamento negli atteggiamenti, ma persistono lacune negli strumenti di gestione. Se nella popolazione totale la difficoltà a parlare di tristezza e rabbia in famiglia riguarda rispettivamente il 20% e il 17%, tra i giovani della Gen Z questi dati crescono sensibilmente, raggiungendo il 28% per la rabbia e il 27% per la tristezza.
Un segnale di rottura col passato arriva dai giovani uomini Gen Z: solo il 15% considera la gestione delle emozioni un tabù. Nonostante ciò, proprio tra questi lo stigma è più radicato: solo il 9% (il dato più basso della popolazione) ritiene che i problemi di salute mentale siano una difficoltà comune per la quale non si viene giudicati. Inoltre, solo il 10% di loro riesce a controllare pienamente le emozioni forti e a riflettere prima di reagire.
Le donne della Gen Z, invece, guidano la consapevolezza; ben il 59% ritiene fondamentale riconoscere la propria interiorità per stare bene. Tuttavia, sono le più penalizzate dalla scuola: solo il 32% ha percepito un sostegno emotivo adeguato (contro il 51% dei maschi) e il 20% ammette di non saper gestire le emozioni forti.
Tra benessere dichiarato e ansia quotidiana: il ritratto dei ragazzi italiani
Il “fallimento” del sistema scolastico
La scuola non è stata percepita come un’alleata nel percorso di crescita emotiva:
- Quasi 6 italiani su 10 (58%) ritengono che la scuola non li abbia aiutati a comprendere ed esprimere le proprie emozioni. Per il 25% (1 cittadino su 4), il supporto è stato addirittura nullo.
- Solo l’8% dei rispondenti ha trovato negli insegnanti o nell’istituzione scolastica un aiuto davvero concreto.
- Il 42% degli italiani (e il 48% delle donne) ritiene che le scarse competenze emotive apprese da bambini influenzino significativamente il proprio modo di relazionarsi in età adulta.
Il paradosso della consapevolezza
Allargando lo sguardo a tutta la popolazione, emerge quello che i ricercatori definiscono un “cortocircuito”. Se il 90% degli italiani si dice consapevole di ciò che prova, solo il 10% si sente molto capace nella gestione di emozioni forti. Il 51% ammette esplicitamente di incontrare difficoltà nella gestione dei propri moti emotivi.
Questo vuoto deriva dal passato familiare. Solo 2 italiani su 10 hanno avuto genitori che li aiutavano a dare un nome alle emozioni. Il 58% è stato scoraggiato dall’esprimerle con messaggi come “non piangere”, “devi essere forte” o “non fare la vittima”.
Generazioni a confronto: Baby Boomer e il disagio del passato
Il peso della cultura del silenzio emotivo è ancora evidente nelle generazioni più anziane. Le donne della generazione Baby Boomer raccontano che in famiglia l’argomento veniva minimizzato o evitato. Il 66% di chi appartiene a questa generazione, maschio o femmina che sia, percepisce ancora oggi disagio nell’affrontare il tema della salute mentale.
Il giudizio sociale resta un ostacolo primario al benessere psicologico. Il 77% degli italiani sente lo stigma come molto o abbastanza presente; per il 23% questo influenza apertamente conversazioni e scelte di vita.
Il 44% si rivolgerebbe a un professionista senza problemi, ma il 45% avrebbe esitazioni e l’11% sarebbe molto a disagio o non ci andrebbe affatto. Per il 52%, la terapia è uno strumento essenziale di crescita, per il 39% è utile ma non per tutti, mentre il 6% la vede solo come risorsa per le emergenze e il 4% non ci crede.
Il paradosso? Il 40% degli uomini si dichiara molto consapevole, ma solo il 15% controlla le proprie reazioni e riflette prima di agire. Gli uomini appaiono più “ingenui”: il 62% dichiara di aver ricevuto un’educazione emotiva (contro il 43% delle donne), ma solo il 37% andrebbe in terapia senza problemi (contro il 51% delle donne).
Una visione per il futuro
Nonostante le lacune passate, gli italiani desiderano un cambiamento strutturale. Il 66% considera prioritario insegnare ai giovani a parlare delle proprie emozioni (75% tra le donne e 57% tra gli uomini). E 1 genitore su 2 (e il 75% delle madri) dichiara che educherà i propri figli in modo differente rispetto all’educazione ricevuta.
Come ha sottolineato Danila De Stefano, Ceo di Unobravo, il vuoto educativo non è solo un problema individuale ma ha un costo sociale enorme, alimentando fenomeni come la violenza di genere e il bullismo; per questo l’educazione emotiva deve diventare un intervento strutturale affidato a professionisti qualificati.

