Pensavo fosse amore, invece era un computer: cos’è l’Ai sexting e chi lo pratica
- 28 Ottobre 2026
- Giovani
Altro che calesse! Pensavo fosse amore, invece era un computer. Lo titolerebbe così Massimo Troisi il suo storico film. Perché una delle nuove frontiere dell’intelligenza artificiale oggi vede protagonista un nuovo fenomeno: l’Ai sexting. Parliamo dello scambio di messaggi a contenuto sessuale o intimo con assistenti conversazionali dotati di intelligenza artificiale. Una nuova frontiera, quindi, dell’interazione essere umano-macchina che sta superando i confini della produttività e dell’assistenza quotidiana, per entrare sempre più nella sfera intima e personale della vita di tutti noi.
A far luce su questa pratica nel nostro Paese, è un team di ricerca italiano, il quale ha pubblicato i primi risultati sulla rivista scientifica internazionale Archives of Sexual Behavior. L’indagine è stata realizzata da Alessandra Ragona, Antonio Chirumbolo e Mara Morelli della Sapienza Università di Roma, insieme ad Elena Cattelino e Lia Ruggeri dell’Università della Valle d’Aosta. Ecco cos’è emerso.
Chi si confida con l’algoritmo? I numeri dello studio
La ricerca ha coinvolto un campione di 378 giovani adulti italiani di età compresa tra i 18 e i 35 anni (con un’età media di 23,92 anni e una presenza femminile del 57,9%). Ai partecipanti è stato somministrato un sondaggio online anonimo per rilevare l’eventuale ingaggio in interazioni intime o sessuali con un chatbot.
I risultati mostrano che l’8,7% dei partecipanti (pari a 33 individui) ha riferito di aver praticato sexting con un’intelligenza artificiale. Una percentuale che si inserisce perfettamente nel panorama internazionale: negli Stati Uniti le stime indicano una frequenza simile (circa l’8%), mentre in Germania la quota di utenti che interagiscono sessualmente con agenti di Ai sale fino al 14-15%.
Tracciando l’identikit del sottogruppo italiano emerso dall’indagine: la netta maggioranza è composta da maschi (75,8%), la distribuzione è quasi equa tra individui esclusivamente eterosessuali (51,5%) e persone con orientamento non esclusivamente eterosessuale (48,5%); ben l’84,8% di chi pratica Ai sexting dichiara di consumare pornografia online almeno quattro volte al mese.
Sexting, ricevere “nudi” indesiderati crea disturbi del sonno
La psicologia dietro la chat intima: sensazioni e pornografia online
Ma che cosa spinge una persona a scambiare messaggi “piccanti” con uno schermo? Attraverso le analisi psicometriche, i ricercatori hanno indagato due tratti psicologici specifici utilizzando le versioni italiane della Sexual Sensation Seeking Scale e del Cyber Pornography Use Inventory. I dati emersi da un modello di regressione logistica indicano che sia la ricerca di sensazioni sessuali (la tendenza a cercare esperienze sessuali nuove e stimolanti) sia l’uso problematico della pornografia online sono associati in modo significativo a una maggiore probabilità di praticare Ai sexting.
Gli autori invitano però alla massima cautela interpretativa. Gli indici di associazione osservati risultano modesti e il modello spiega circa il 16,5% della varianza complessiva. Non si tratta, dunque, di un comportamento che può essere bollato affrettatamente come una deviazione o un disturbo clinico.
Oltre il pregiudizio: capire le motivazioni reali
“Gli studi empirici che indagano il fenomeno da una prospettiva psicologica sono ancora relativamente pochi, soprattutto per quanto riguarda le caratteristiche individuali e le motivazioni delle persone che intrattengono questo tipo di interazioni con l’Ai”, ha spiegato il professor Antonio Chirumbolo, docente di Psicometria alla Sapienza.
La ricerca sottolinea come l’Ai sexting presenti una continuità con il sexting tradizionale tra umani, ma si distingua per l’assenza di un partner reale e per la presenza di risposte generate da algoritmi capaci di adattarsi all’utente. Le ragioni che guidano questi scambi possono spaziare dalla semplice curiosità al desiderio di intrattenimento, dall’esplorazione di fantasie fino alla ricerca di compagnia o di una connessione emotiva.
Un altro elemento fondamentale evidenziato dagli studiosi riguarda la barriera linguistica: la maggior parte delle piattaforme di Ai conversazionale per interazioni intime è progettata primariamente per un pubblico anglofono. Questo fattore potrebbe influenzare l’accessibilità e l’adozione del fenomeno nel contesto italiano.
Gli autori concludono che questo lavoro rappresenta un primo tassello descrittivo. Saranno necessari futuri studi su campioni più ampi e indagini qualitative per comprendere come il realismo percepito dei chatbot, la personalizzazione e le caratteristiche tecnologiche modellino il futuro dell’intimità nell’era dell’intelligenza artificiale.

