Più smart working, più figli? Basta un giorno
Il lavoro da casa non è più un capitolo di welfare aziendale. Sta entrando, senza chiedere permesso, nel dossier più ostico per governi e imprese: le nascite. Un gruppo di economisti legati a Stanford ha messo sotto stress test un’ipotesi che in Italia viene liquidata spesso come moda da colletto bianco: nel periodo post-pandemico, lavorare da remoto anche solo un giorno a settimana è associato a più figli nati e a piani familiari più ambiziosi. Quando la flessibilità riguarda entrambi i partner, l’effetto cresce ancora.
Se l’idea sembra lontana dalla quotidianità italiana, è perché guardiamo il fenomeno dal lato sbagliato. Qui lo smart working è stabile ma non dominante: nel Censimento permanente 2023 quasi 3,4 milioni di occupati (13,8%) hanno lavorato da remoto almeno una volta nelle quattro settimane precedenti il 1° ottobre; quelli “da casa almeno metà dei giorni” sono il 5,9%. In Europa la media di chi lavora abitualmente da casa è più alta, e l’Italia resta sotto. Tradotto: se il lavoro agile sposta anche di poco l’equilibrio tra lavoro e figli, da noi potrebbe farlo in modo diseguale e soprattutto dove già si concentrano i vantaggi.
Perché basta un giorno
Lo studio ‘Work from Home and Fertility’ fotografa la fertilità in due dimensioni: quella realizzata (figli nati tra 2023 e inizio 2025, incluse gravidanze) e quella pianificata (quanti figli si vogliono ancora). L’analisi usa due indagini costruite dagli autori: la Global Survey of Working Arrangements in 38 Paesi e la Survey of Working Arrangements and Attitudes negli Stati Uniti. Il campione è mirato: persone tra 20 e 45 anni, l’età in cui la decisione di avere figli è un progetto o un rimpianto. Nel complesso, chi lavora da casa almeno un giorno a settimana mostra livelli più alti sia di nascite recenti sia di desideri futuri, anche dopo aver controllato per età, istruzione, stato civile e altre variabili.
Il punto che cambia la lettura è che l’effetto non cresce “a giornate”: non è un interruttore che diventa più potente con ogni giorno in più. Gli autori notano che quando si passa dalla variabile “lavoro da casa almeno un giorno” al numero di giorni da remoto, i risultati si indeboliscono. È una notizia in sé perché sposta la discussione dall’ideologia all’ingegneria organizzativa: il remoto non deve diventare una religione né una concessione eccezionale. Basta una soglia minima per spostare la logistica domestica, togliere un pezzo di pendolarismo, rendere praticabili visite, malattie, scuola, turni.
Questa “soglia” diventa più interessante quando entra il partner. Nelle coppie in cui entrambi lavorano da casa almeno un giorno a settimana, la fertilità totale stimata risulta più alta di 0,32 figli per donna nel campione internazionale rispetto alle coppie in cui nessuno dei due lavora da remoto; negli Stati Uniti il differenziale arriva a 0,45: suggerisce che l’accesso condiviso alla flessibilità riduce i costi di coordinamento che spesso fanno deragliare la genitorialità – chi esce prima, chi salta la riunione, chi prende permesso, chi è reperibile. Se la flessibilità resta “monoposto”, rischia di trasformarsi in un modo elegante per spostare il carico su uno solo.
Il caso Italia
I numeri italiani mostrano un fenomeno che non torna indietro ma non decolla. Dopo l’accelerazione forzata della pandemia, il lavoro da remoto si è assestato su livelli più alti rispetto al passato, senza però trasformarsi in modalità prevalente. Nel 2021, nel pieno della scia emergenziale, hanno lavorato anche solo alcuni giorni da casa 3,58 milioni di persone, pari al 15,1% degli occupati. Nel 2022 e nel 2023 il valore si è stabilizzato al 13,8%, segnalando una nuova soglia strutturale ma non un ulteriore salto in avanti.
A certificare questo equilibrio è l’Istat: secondo il Censimento permanente 2023, circa 1,436 milioni di occupati (5,9%) hanno svolto la propria attività da casa almeno la metà dei giorni lavorativi nelle quattro settimane precedenti il 1° ottobre, mentre 1,933 milioni (7,9%) hanno utilizzato il lavoro a distanza in modo più limitato. Rispetto al periodo pre-pandemico (quando nel 2018 e nel 2019 la quota complessiva si fermava al 4,8%) il cambiamento è evidente, ma resta confinato a una minoranza consistente, non a una trasformazione generalizzata del mercato del lavoro.
Il confronto europeo mette l’Italia in coda quando si guarda al lavoro da casa come pratica abituale. Eurostat, sulla quota di occupati che nel 2023 hanno lavorato da casa “di solito”, indica per l’Italia il 5,9% contro una media Ue del 9,1%, con Paesi oltre il 20% come Finlandia e Irlanda. Anche Francia e Germania stanno sopra il 10%. Il dato conta per una ragione semplice: lo studio Stanford insiste che gli effetti sulla fertilità nazionale variano soprattutto per la diversa diffusione del lavoro da casa. Se la base è più bassa, anche l’eventuale contributo demografico resta più limitato – e concentrato dove il remoto esiste davvero.
Dentro i confini, la distribuzione è abbastanza scontata: città e Centro-Nord avanti, Mezzogiorno indietro. Nel 2023, nel Nord-Est lavora da remoto almeno un giorno (nelle quattro settimane della rilevazione) il 17,1%; nel Nord-Ovest l’11,9%; nel Sud il 10,2%; nelle Isole il 9,7%. A livello regionale, Lazio (21,5%) e Lombardia (18,6%) guidano. Nei grandi Comuni sopra i 150mila abitanti, Milano e Roma spingono la media verso l’alto. È una geografia che coincide con terziario avanzato e infrastrutture digitali: esattamente le condizioni che rendono la flessibilità praticabile e quindi potenzialmente “spendibile” nelle scelte familiari.
Chi ci guadagna
Il lavoro da remoto in Italia è anche una questione di profilo sociale. Nel 2023 la quota di donne che ha lavorato da remoto è 15,2%, contro il 12,7% degli uomini. Letto bene, non significa che il remoto “favorisca” le donne: significa che le donne lo usano di più perché spesso devono assorbire più carichi domestici. E qui torna l’insistenza dello studio internazionale sul ruolo della coppia: quando entrambi hanno accesso al remoto, l’effetto sulla fertilità è più alto. Se invece la flessibilità resta sbilanciata, il rischio è che diventi un correttivo privato a un problema pubblico, e che rafforzi l’idea che la conciliazione sia un affare femminile.
La frattura più evidente resta l’istruzione. Sempre secondo Istat, nel 2023 ha lavorato da remoto il 29% degli occupati con titolo di studio elevato, mentre tra chi ha al massimo la licenza media la quota scende al 3,3%. In Lombardia e Lazio i laureati in remoto sfiorano il 40%; nelle aree più deboli restano molto sotto. Questo incrocia un risultato della parte statunitense del paper: usando dati Current Population Survey e misure di opportunità di Work From Home legate all’occupazione, gli autori trovano che la fertilità annuale cresce con la presenza di opportunità di lavoro da remoto nella propria professione e in quella del partner. Se metti insieme i due pezzi, la domanda italiana diventa scomoda: quanto può incidere una leva demografica che, per come è distribuita oggi, è accessibile soprattutto ai profili già avvantaggiati?
Anche l’età conta, ma più come fotografia del mercato del lavoro che come preferenza generazionale. In Italia lo smart working riguarda più i 30-49enni (oltre il 15%) rispetto agli under 30 (12,3%) e agli over 50 (12,7%). È la fascia che combina stabilità occupazionale e competenze digitali, spesso nel terziario. Ed è anche la fascia in cui le decisioni riproduttive pesano davvero. Lo studio Stanford sceglie di guardare a persone 30-45 anni anche per ridurre l’obiezione “selezione”: dopo i 30 ci si muove meno tra professioni, quindi è meno plausibile che le persone cambino occupazione solo perché hanno avuto un figlio. La lettura che ne esce è pragmaticamente utile: la flessibilità funziona come leva demografica soprattutto dove è stabile, prevedibile, non episodica.
Il punto politico
La parte macro del paper è quella che mette pepe al dibattito. Gli autori stimano che negli Stati Uniti il lavoro da casa contribuisca all’8,1% della fertilità totale, pari a circa 291.000 nascite annue nel 2024. È una stima costruita combinando l’effetto stimato del Work From Home sulle scelte riproduttive con la quota di donne che lavorano e con la diffusione del lavoro da remoto. Non è una verità rivelata, ma un ordine di grandezza che cambia scala alla discussione: qui non si parla di benessere percepito, si parla di nascite.
Il paper fa anche un confronto che, se portato in Italia, suona come un guanto di sfida: la contribuzione del Work From Home alla fertilità Usa sarebbe superiore a quella attribuibile alla spesa pubblica per l’educazione e cura della prima infanzia, sulla base dell’evidenza disponibile citata dagli autori. Il messaggio implicito è tagliente: una parte della politica familiare potrebbe essere già dentro la struttura del lavoro, non solo nei trasferimenti. Per un Paese che ragiona spesso in termini di incentivi una tantum, l’idea che l’organizzazione del lavoro abbia un ruolo comparabile – e per certi versi più efficiente – merita un supplemento di analisi.
La stessa logica vale quando gli autori fanno esercizi controfattuali: se in Paesi con bassa diffusione del Work From Home si arrivasse ai livelli medi di Stati Uniti, Regno Unito e Canada, la fertilità nazionale potrebbe crescere di alcuni punti percentuali (per Italia, Francia e Germania indicano un ordine di grandezza di circa 2–3%). È poco? Dipende da dove parti. Con tassi di fecondità bassi, anche variazioni di pochi punti diventano numericamente rilevanti. Ma qui arriva la parte che interessa direttamente l’Italia: se l’effetto passa per l’accesso minimo (un giorno), allora il margine di policy non è “tutti remoti”, è rendere il lavoro ibrido praticabile in più settori, con infrastrutture, contratti e cultura manageriale meno isterica. E farlo senza spaccare il mercato tra chi può e chi resta legato alla presenza.

