Troppe pressioni sin dalla scuola calcio, Michele Danese: “Genitori, fate divertire i vostri figli”
- 03/04/2025
- Giovani Popolazione
“Più che ai giovani, mi sento di dare un consiglio ai genitori: quando i vostri figli si avvicinano al calcio, lasciateli divertire, non riempiteli di ansie”. È questo l’appello che fa ai microfoni di Demografica Michele Danese, volto ufficiale di Lega serie A e Dazn, dove conduce il programma di approfondimento calcistico Step On Football insieme agli ex calciatori Valhon Behrami e Marco Parolo.
Il suo rapporto con il calcio è di quelli a tutto tondo. Classe 1998, Danese inizia il suo percorso nel bolognese giocando per diverse rappresentative locali, prima di diventare un content creator specializzato e un riferimento per milioni di giovani appassionati. A 24 anni diventa direttore sportivo abilitato dalla Figc, ruolo che ricopre sia nella Kings League (per i Punchers) che per il progetto Zeta Milano nel calcio dilettantistico.
Calcio e giovani italiani, come stanno cambiando le cose
Spesso si dice che i giovani di oggi sono meno appassionati al calcio, ma è davvero così?
“Si tende sempre a ricorda il passato come qualcosa di positivo – esordisce Danese – ma non è detto che sia sempre così. Io non credo che le nuove generazioni vivano il calcio con meno trasporto di prima o che altre attività correlate al calcio siano più importanti del campo. Oggi come ieri, per il tifoso viene prima la vittoria della squadra e poi tutto il resto, soprattutto in Italia dove il risultato è sempre stato più importante del bel gioco. Lo dimostra il fatto che i tifosi abbiano chiesto a gran voce gli esoneri di Thiago Motta dalla Juventus, di Ivan Juric dalla Roma e di Paulo Fonseca dal Milan perché i risultati non arrivavano”.
Al tempo stesso aumentano gli stimoli e diminuisce la soglia dell’attenzione, elemento discriminante per uno sport che dura novanta minuti più recupero e altri quindici di intervallo. “I social hanno portato i giovani ad avere una soglia dell’attenzione sempre più bassa perché i contenuti sono sempre più brevi. Chiaramente questo allontana gli utenti dai contenuti lunghi come una partita di calcio”, aggiunge il conduttore di Step On Football.
“Venti, trent’anni fa il calcio era un era un motivo di aggregazione. Ci si riuniva per vedere le partite la domenica, per esultare e scambiarsi i soliti sfottò. Se i ragazzi di oggi sembrano meno interessati al calcio è perché hanno molti più stimoli e quindi fanno possono fare molte più cose nello stesso arco di tempo. Questo – sostiene Danese – non significa che stiano perdendo la passione per il calcio, ma semplicemente che la trovano anche in altre cose che prima non esistevano”.
Allora i social sono un bene o un male per il calcio?
“Entrambe le cose. Sono un elemento positivo perché sui social i giovani possono apprendere tante informazioni e nozioni che prima erano inaccessibili, almeno gratuitamente. E questo è vero in qualsiasi settore, anche extra calcio: oggi un ragazzo può aprire YouTube e seguire un corso gratuito per imparare le basi della grafica, del marketing o di qualsiasi altra cosa”.
Una ricerca Ipsos conferma confermano che i giovani (e non solo) si informano sempre di più sui social media, il 42% dei Gen Z lo fa su Instagram (dati pubblicati nel 2024).
I danni della sovraesposizione digitale sono noti, la differenza tra un contenuto utile uno deleterio può essere sottile, la forma e i ganci utilizzati per attirare i giovani possono essere fuorvianti: “Qui subentra la responsabilità del creator e la sensibilità dei giovani che scelgono i contenuti”.
Il tempo effettivo e il nuovo calcio
Negli ultimi anni, in Italia, il calcio non detiene più il monopolio della passione sportiva. Come evidenziato sopra, si sono sviluppati altri tipi di stimoli sia multimediali (serie tv, reality, talent) che sportivi come la pallavolo e, soprattutto, il tennis rilanciato dal talento cristallino di Jannik Sinner. Anche per questo, si parla sempre più spesso di introdurre nel calcio il tempo effettivo. In pratica, il cronometro si stopperebbe ogni volta che la palla non è in gioco, come avviene nel basket.
L’obiettivo è ridurre i tempi morti delle partite di calcio, così da attirare l’utenza ‘sovrastimolata’ e narcotizzata dal modello ‘tutto e subito’. Dei 90 minuti più recupero, nelle partite di Serie A si giocano in media 56 minuti e 54 secondi. I tempi morti costituiscono quasi la metà dello spettacolo che rischia di diventare…poco spettacolare.
In questo senso, l’Italia fa da apripista come fu per il Var nel 2016. Ad agosto scorso, il presidente della Figc Gabriele Gravina ha scritto all’Ifab – l’International Board, l’organismo della Fifa che scrive le regole del calcio – per comunicare la disponibilità dell’Italia a testare il tempo effettivo e il Var a chiamata nei campionati giovanili. Una scelta che lo stesso presidente ha descritto così: “Vogliamo dare il nostro contributo per migliorare il calcio allo scopo di rendere il gioco sempre più attrattivo e spettacolare, soprattutto per i giovani”.
Ma il tempo effettivo sarebbe davvero una novità positiva per le nuove generazioni?
“Chiaramente – ricorda Danese – il tempo effettivo non verrebbe introdotto considerando 90 minuti totali ma un minutaggio ridotto. Io credo che possa avvicinare le nuove generazioni e rendere più divertenti le partite. Si eviterebbero le perdite di tempo di chi resta a terra per far scorrere il cronometro e avvicinare la propria squadra alla vittoria, le proteste inutili e così via”.
Come il calcio aiuta la psiche dei giovani
Il calcio non è solo quello dei campioni. È una passione che ogni giorno muove centinaia di migliaia di bambini a prepararsi il borsone, allacciarsi le scarpe e andare a seguire le lezioni di scuola calcio o gli allenamenti della squadra. Per molti, il calcio è una comunità prima ancora che uno sport.
Il calcio può aiutare i giovani a raccontare le ansie che non hanno il coraggio di raccontare a casa e a scuola? Può essere una seconda famiglia per i giovanissimi?
“Assolutamente sì”, ci dice Michele Danese che vive questo mondo da vicino in qualità di direttore sportivo del progetto Zeta Milano. “Una professoressa mi ha detto che i ragazzi difficilmente si aprono, difficilmente tendono a raccontare le proprie emozioni in classe. E lo stesso può accadere in casa”, dove spesso non si ha neanche tempo di ascoltare i giovani e instaurare un dialogo che vada oltre la superficie. “Un ambiente che ti fa stare bene come quello del calcio aiuta i giovani ad aprirsi, a raccontare le proprie emozioni”, un elemento non da poco se si pensa che in Italia sempre più giovani soffrono d’ansia, ma uno su tre si vergogna di chiedere aiuto come emerge dall’indagine condotta da Telefono Azzurro in collaborazione con Bva Doxa.
Il calcio, e più in generale quelle poche realtà che sono ancora una comunità, possono rappresentare un prezioso strumento di welfare privato: “Ovviamente chi ascolta (allenatore, dirigenti, staff, ndr.) deve riuscire a generare fiducia, altrimenti non c’è nessuna apertura”.
È difficile avviare una scuola calcio in Italia?
“Ci sono un po’ di ostacoli burocratici, come in tutti i settori. La percentuale di giovani iscritti nelle scuole calcio è diminuita negli ultimi anni, soprattutto in quelle zone meno benestanti dove mancano le strutture per far giocare i ragazzi.
Allo stesso tempo – osserva Danese – l’Italia è un Paese che cerca sempre di innovarsi e lo sta facendo anche nel calcio. La Figc sta lavorando a dei piani per avvicinare i giovani al calcio e migliorare il movimento calcistico. Secondo me vedremo delle belle novità nei prossimi anni. Il nostro Paese è ancora follemente innamorato di questo sport”.
Fare carriera nel calcio
Tanto è vero che avere una carriera nel mondo del calcio è ancora tra i sogni più frequenti dei giovani italiani, sia come calciatore che come dirigente.
Vista la rapida evoluzione del calcio negli ultimi anni, cosa consiglieresti a chi vuole diventare calciatore oggi?
La risposta del giovane content creator è un manifesto che va ben oltre il calcio: “Più che ai ragazzi, il mio consiglio è rivolto ai genitori: lasciate divertire i vostri figli. Tanti ragazzi smettono di giocare per le eccessive pressioni dei genitori. Ovviamente un genitore vuole che suo figlio diventi più bravo e abbia i giusti atteggiamenti, ma deve aiutarlo in questo percorso. Il miglioramento non arriva mai tramite l’imposizione di qualcosa. Bisogna trasmettere ai giovani una mentalità sana”, chiosa Danese.
E a chi vuole fare la carriera da manager, invece, quale consiglio daresti?
“Di studiare tanto perché la competizione in questo settore è sfrenata. Per mille giovani che voglio diventare match analyst, direttori sportivi, allenatori, eccetera, ci sono pochissime squadre che cercano quelle figure. Per questo devi studiare tanto e aggiornarti sempre per rientrare tra i migliori ed essere scelto dai club. Un altro consiglio che posso dare è quello di proporsi alla società per quello che puoi dare e non per quello che sei. Un po’ come succede negli altri settori, il candidato deve far capire chiaramente qual è il contributo che può all’azienda, al club. Non aspettate che le cose arrivino dal cielo perché questo non arriva, soprattutto nel calcio” e soprattutto in Italia dove la passione per questo sport è ancora molto forte.
Dato che anche nel calcio è richiesta sempre più specializzazione, credi che i dirigenti ex-calciatori scompariranno?
“Vale per loro quello che vale per i ragazzi: devono studiare. Chiaramente il calciatore può portare al club un’esperienza che solo chi ha vissuto il calcio da protagonista può avere. Per alcune dinamiche non c’è studio che tenga, serve farsi le ossa sul campo. In questo senso i calciatori che vogliono diventare dirigenti hanno un vantaggio competitivo, ma questo non significa che possano evitare di studiare. Per loro – ricorda Danese – è difficile seguire il normale percorso scolastico quando lo fanno tutti perché il percorso da calciatore professionista ti assorbe completamente sin da giovanissimo.
Quando e la carriera prende piede, i calciatori professionisti possono iniziare gli studi da dirigente sportivo o altri ruoli, mentre sono ancora in attività per essere pronti quando appendono gli scarpini al chiodo”. Non a caso, negli ultimi anni sono sempre di più i calciatori che frequentano dei corsi di laurea già mentre giocano o subito dopo il ritiro dai campi. Un esempio è quello della leggenda rossonera Paolo Maldini che dopo gli studi ha ricoperto con successo il ruolo di direttore sviluppo strategico area sport del Milan (estate 2018-2023).