Non è più crisi di mezza età: oggi il malessere colpisce i giovani
- 29 Agosto 2025
- Giovani Popolazione
Per anni le indagini demografiche e psicologiche hanno raccontato la stessa storia: la vita emotiva segue un andamento a U. L’adolescenza e la giovinezza sono vissute con slancio, poi, avvicinandosi ai 40 e ai 50 anni, ansia e stress crescono fino a formare l’“unhappiness hump”, la gobba dell’infelicità (la cosiddetta crisi di mezza età), per poi lasciare spazio a un progressivo recupero di benessere in età avanzata. Oggi però quel modello non regge più. Secondo un nuovo studio internazionale, condotto su quasi due milioni di persone in 44 Paesi e pubblicato su PLOS One da un team guidato da David Blanchflower del Dartmouth College, la gobba è scomparsa: non sono più i quarantenni a vivere il picco di disagio psicologico, ma i ventenni.
La ricerca mostra un cambiamento epocale: l’infelicità non è più concentrata nella mezza età ma, al contrario, si manifesta in misura maggiore tra i più giovani, per poi diminuire col passare degli anni. Un’inversione di tendenza che mette in discussione modelli consolidati e apre scenari complessi sul futuro delle società contemporanee. Non si tratta di un fenomeno locale: l’analisi di dati raccolti tra il 2020 e il 2025 attraverso l’indagine globale Global Minds evidenzia la stessa dinamica in contesti economici e culturali diversi. Stati Uniti, Regno Unito, Europa continentale, ma anche Paesi emergenti mostrano la medesima curva: i giovani adulti sono oggi i più esposti a depressione, ansia e stress.
Gli studiosi non si sbilanciano in un’unica interpretazione, ma la lista dei fattori potenziali è lunga e ben nota: precarietà economica, prospettive di carriera bloccate, sistemi sanitari poco attrezzati per rispondere ai bisogni psicologici, l’impatto della pandemia, la pressione continua dei social media. “Il nostro è il primo studio a dimostrare che il peggioramento della salute mentale tra i giovani, sia in termini assoluti che relativi, fa sì che oggi negli Stati Uniti e nel Regno Unito l’infelicità sia più elevata tra i giovani e diminuisca con l’età”, dichiarano gli autori.
La rottura del modello a U
Dal 2008 in avanti numerose indagini hanno confermato la regolarità della curva a U del benessere soggettivo. Un pattern empirico che ha trovato riscontro in diversi Paesi e che è stato utilizzato per interpretare dinamiche sociali, economiche e persino politiche. La novità emersa ora è che questa regolarità si è spezzata.
L’analisi parte dai dati statunitensi: oltre 10 milioni di adulti intervistati tra il 1993 e il 2024 dal Centers for Disease Control and Prevention. A questi si aggiungono i dati del Regno Unito raccolti dal UK Household Longitudinal Study, che segue circa 40mila famiglie dal 2009. Incrociando queste serie storiche con gli anni più recenti, i ricercatori hanno osservato che la gobba dell’infelicità non si riproduce più. Non è che le persone di mezza età siano diventate improvvisamente più serene: il livello di disagio psicologico per gli over 40 è rimasto stabile. A cambiare è stata la condizione dei più giovani, che registrano un peggioramento consistente.
L’estensione del lavoro a livello globale, grazie al dataset Global Minds (quasi 2 milioni di partecipanti in 44 Paesi), ha confermato che non si tratta di un’anomalia anglosassone. Anche in contesti con culture familiari, reti sociali e sistemi di welfare differenti, la dinamica è la stessa. In altre parole, l’età non è più una variabile protettiva o predittiva come lo era in passato: la giovane età non garantisce più livelli più bassi di stress o ansia.
Per gli autori “questo rappresenta un enorme cambiamento rispetto al passato, quando il disagio mentale raggiungeva il suo massimo a mezza età”. L’evidenza mette in crisi un intero filone interpretativo della psicologia e della sociologia del benessere, costringendo ricercatori e decisori politici a ripensare strumenti di prevenzione e assistenza.
Le cause possibili
Spiegare il crollo della salute mentale tra i giovani non è semplice. Gli studiosi indicano diversi possibili driver. Uno è l’impatto di lungo periodo della crisi finanziaria del 2008: le prospettive lavorative delle generazioni entrate nel mercato del lavoro in quel periodo o subito dopo sono rimaste compromesse. Salari stagnanti, precarietà contrattuale e scarse opportunità di carriera hanno reso più fragile la percezione di stabilità. A questo si sommano sistemi di welfare spesso sottofinanziati, in particolare per quanto riguarda i servizi di salute mentale.
Un secondo fattore è l’eredità della pandemia. La generazione che ha affrontato la transizione dall’adolescenza all’età adulta tra lockdown e didattica a distanza si è trovata a vivere esperienze di isolamento sociale e incertezza che hanno lasciato tracce profonde. Il ritorno alla normalità non ha cancellato le difficoltà, ma in molti casi le ha amplificate, facendo emergere disturbi che prima restavano latenti.
Infine, un ruolo centrale viene attribuito alla pervasività dei social media. Se da un lato offrono opportunità di connessione, dall’altro accentuano il confronto costante, la pressione estetica e performativa, la dipendenza dall’approvazione esterna. Diversi studi collegano l’uso intensivo di piattaforme digitali a livelli più alti di ansia e depressione, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti.
Nessuna di queste spiegazioni da sola basta a giustificare l’ampiezza del fenomeno. È probabile che si tratti di una combinazione di fattori strutturali, economici e culturali. Quel che emerge, però, è che le società contemporanee si trovano a fronteggiare una crisi di salute mentale tra i giovani che ha implicazioni dirette non solo per il presente, ma anche per la sostenibilità demografica ed economica futura.
Le conseguenze per politiche pubbliche e sistemi sanitari
La scomparsa della gobba dell’infelicità non è un mero esercizio accademico. Ha conseguenze dirette su come governi e istituzioni devono organizzare i servizi sanitari e sociali. Se in passato il focus era rivolto prevalentemente al sostegno della popolazione adulta in età lavorativa, oggi l’attenzione deve spostarsi con urgenza verso le fasce più giovani.
Il problema non è solo individuale, ma collettivo. Una generazione che cresce con livelli più alti di ansia e depressione rischia di avere ricadute negative sulla produttività, sulla natalità, sulla coesione sociale. In Paesi già segnati dall’invecchiamento demografico, un crollo del benessere tra i giovani rischia di accentuare squilibri economici e sociali.
Il nodo, ancora una volta, è la capacità dei sistemi sanitari di intercettare e trattare il disagio. In molti Paesi i servizi di salute mentale sono cronicamente sottofinanziati, con tempi di attesa lunghi e accessibilità limitata. Per i giovani, che spesso non dispongono di risorse economiche proprie, queste barriere diventano insormontabili.
Gli autori dello studio parlano esplicitamente di “una grave crisi di salute mentale tra i giovani che necessita di interventi”. Interventi che, oltre al rafforzamento dei servizi, dovranno probabilmente includere politiche economiche più solide, programmi educativi per un uso consapevole del digitale, e una maggiore integrazione tra dimensione sanitaria e sociale.