Metal detector e violenza giovanile: “La scuola rischia di diventare un luogo di controllo”
- 30 Gennaio 2026
- Giovani
I metal detector arrivano nelle scuole come misura “su richiesta”. È quanto prevede la direttiva congiunta firmata da Giuseppe Valditara e Matteo Piantedosi contro l’uso dei coltelli tra i giovani, con controlli mirati negli istituti considerati a rischio e, nei casi più gravi, strumenti manuali di rilevazione agli accessi. La sicurezza smette di essere un tema confinato all’esterno degli edifici scolastici e diventa parte del loro funzionamento ordinario, con prefetture e questure coinvolte in un raccordo stabile con i dirigenti.
È il segnale più concreto di un’emergenza che non si lascia più relegare a singoli fatti di cronaca. Se un preside arriva a chiedere un filtro all’ingresso, significa che la soglia di attenzione si è spostata. Non si parla soltanto di disciplina o di clima di classe, ma della possibilità che armi e violenza accompagnino la quotidianità scolastica. Ogni dispositivo di controllo introduce un messaggio implicito che incide sulle relazioni, sulle aspettative, sul livello di fiducia che attraversa una comunità educativa.
Il 30 gennaio, Giornata scolastica della Nonviolenza e della Pace, cade così in un punto di tensione evidente. Da una parte il richiamo ai valori della convivenza e alla loro traduzione nella pratica quotidiana, dall’altra risposte istituzionali che, davanti a episodi gravi, fanno ricorso a strumenti propri dei contesti ad alta sorveglianza. È in questo spazio che si colloca la riflessione pedagogica di Giovanna Giacomini, formatrice e fondatrice di GD Educa, ideatrice del progetto Scuole Felici® e del portale Edu-wow.com, impegnata da anni sul terreno dell’educazione socio-emotiva e della prevenzione del disagio.
Una generazione senza rete educativa
L’aumento dei comportamenti violenti tra i minori non può essere letto come una somma di episodi scollegati. I dati del Ministero della Giustizia indicano che nel 2024 i minori segnalati all’Autorità giudiziaria minorile per una nuova notizia di reato sono stati 14.220, con un incremento del 13% rispetto all’anno precedente. A questi numeri si affianca il record registrato da ESPAD®Italia 2024: oltre 800mila studenti coinvolti in episodi di cyberbullismo, pari al 32% della popolazione scolastica monitorata. Indicatori diversi che convergono su una stessa criticità: la tenuta delle relazioni educative è entrata in una fase di forte instabilità.
Secondo Giovanna Giacomini, il post Covid ha rappresentato un passaggio che non ha trovato risposte adeguate. “La prolungata restrizione delle interazioni sociali ha amplificato meccanismi psicologici latenti nei gruppi giovanili. Dopo quegli anni, non ha fatto seguito un miglioramento delle condizioni sociali per bambini e ragazzi, né una strutturazione delle occasioni di socializzazione”, osserva. La scuola e il territorio si sono ritrovati a gestire adolescenti rientrati in presenza senza strumenti sufficienti per rimettere ordine nelle relazioni.
Il gruppo dei pari tende così a organizzarsi secondo logiche impulsive, in cui l’agire collettivo attenua la percezione della responsabilità individuale. “La cerchia di amicizie è fondamentale in età evolutiva, ma diventa problematica quando è composta da ragazzi poveri di strumenti emotivi”, spiega Giacomini. In assenza di adulti mediatori e di contesti educativi capaci di intercettare il disagio, prendono forma leadership negative orientate all’azione immediata. Il digitale, in questo quadro, non è un semplice amplificatore, ma l’ambiente principale di esperienza: accelera i comportamenti, riduce i tempi di elaborazione e rende immediata la diffusione degli atti.
Quando il gruppo diventa fattore di rischio
Al centro dell’escalation si colloca una crisi delle competenze socio-affettive. La difficoltà a riconoscere le emozioni proprie e altrui, insieme all’incapacità di anticipare le conseguenze delle azioni, produce comportamenti concentrati in un presente ristretto. “I ragazzi appaiono anestetizzati, spesso incapaci di provare una reale empatia e di comprendere la gravità dei gesti commessi”, afferma Giacomini. L’esperienza viene schiacciata sul momento, senza uno sguardo sulle ricadute future.
Il gruppo rafforza questo meccanismo. La condivisione dell’azione abbassa le inibizioni e frammenta il senso di colpa, trasformando l’atto violento in esperienza collettiva. In contesti segnati da carenze emotive diffuse, la violenza diventa una modalità di aggregazione. “La ricerca di emozioni forti è spesso la risposta a un vuoto interiore profondo”, osserva la pedagogista, distinguendolo dalla noia come spazio di socialità e confronto. È qui che si innesta il cortocircuito tra rischio e divertimento. “La pericolosità viene vissuta come un gioco, come l’eccitazione delle montagne russe”, spiega Giacomini. Aggressioni e umiliazioni vengono registrate, condivise, consumate come contenuti rapidi. Il rischio, anche mortale, perde la sua dimensione reale e viene inglobato in una logica ludica che schiaccia ogni valutazione futura, rafforzando la spinta impulsiva tipica dell’adolescenza.
Le vittime sono spesso soggetti fragili: ragazzi con disabilità, difficoltà psichiche non riconosciute, isolamento sociale. “Non si tratta solo di sentirsi più forti, ma di cercare divertimento ridicolizzando il più debole”, sottolinea Giacomini. La convinzione che la vittima resterà inoffensiva e la distanza emotiva introdotta dal mezzo digitale contribuiscono a rendere l’abuso ripetibile.
Dai segnali trascurati al controllo istituzionale
I comportamenti più gravi non emergono all’improvviso. Sono preceduti da segnali che spesso restano senza risposta: aggressività ripetuta, danneggiamenti, isolamento marcato, cambiamenti bruschi nelle abitudini, uso eccessivo di videogiochi e dispositivi digitali. Tra gli indicatori più rilevanti rientra la violenza sugli animali, che non può essere normalizzata perché esprime una dinamica di prevaricazione. Genitori, insegnanti e allenatori sportivi sono gli osservatori privilegiati di queste traiettorie, ma il riconoscimento precoce richiede una cultura condivisa dell’attenzione. “Il problema nasce dove non c’è nessuno pronto a vedere i segnali”, avverte Giacomini. A indebolire questa capacità contribuisce un disequilibrio diffuso nell’approccio genitoriale: una fase iniziale di iper-protezione seguita da un’indipendenza prematura, non mediata, che lascia spazio ai modelli del web e del gruppo dei pari.
“La tecnologia non può sostituire l’esempio genitoriale”, osserva la pedagogista. La riduzione delle reti di prossimità e dei contesti aggregativi accentua questa delega implicita. Quando la famiglia minimizza o non riesce a intervenire, il vuoto viene rapidamente colmato da dinamiche devianti. In questo quadro si inseriscono le risposte istituzionali centrate sulla sicurezza. La circolare Valditara-Piantedosi prevede controlli graduati, il coinvolgimento dei Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica e un sistema di monitoraggio degli interventi. Giacomini riconosce l’urgenza che ha portato a queste scelte, ma esprime una preoccupazione chiara: “Il rischio è spostare il senso della scuola da luogo educativo a luogo di controllo”. I dispositivi di rilevazione, aggiunge, possono funzionare “come un cerotto d’emergenza in contesti molto specifici”, ma non possono diventare una risposta strutturale.
Senza un investimento stabile sull’educazione affettiva, sull’apprendimento cooperativo e sulla costruzione di una comunità educante, queste misure restano isolate. “Sembra che si vada in due direzioni opposte: si irrigidisce la scuola sul piano del controllo e si rinuncia a lavorare quotidianamente sull’educazione emotiva”, conclude Giacomini, indicando nella scuola uno dei pochi luoghi in cui il benessere può ancora essere affrontato come parte integrante della funzione educativa.

