L’Italia nel 2025: tra culle vuote, longevità record e la spinta dell’immigrazione
- 31 Marzo 2026
- Popolazione
L’Italia del 2025 si conferma un Paese di culle vuote, longevità record, solitudine in aumento e una spinta dell’immigrazione che mantiene ancora saldo il numero dei cittadini residenti. A fotografare la demografia nazionale è l’ultimo Report Istat con gli Indicatori relativi allo scorso anno. Da quanto è emerso, la popolazione totale si è fermata a 58 milioni 943mila residenti, segnando una “crescita zero” dopo 12 anni di declino. La fecondità è scesa al minimo storico di 1,14 figli per donna, con soli 355mila nati. Le famiglie composte da una sola persona sono diventate il modello dominante, costituendo il 37,1% dei nuclei. Il divario di sopravvivenza tra i sessi si è ridotto ad appena 4 anni, un valore che non si registrava dal 1953. Infine, la popolazione straniera è salita a 5 milioni 560mila unità, arrivando a rappresentare il 9,4% della popolazione totale.
Ma andiamo con ordine.
Il bilancio demografico nazionale: la frattura tra Nord e Sud
Al 1° gennaio 2026, l’Italia conta 58.943.000 residenti (dato provvisorio), una cifra sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente con una variazione minima di appena -636 unità. Questo risultato interrompe un ciclo di dodici anni di decrescita, portando il tasso di crescita vicino allo zero, un netto miglioramento rispetto al -0,5 per mille abitanti del 2024 e al -0,4 per mille del 2023.
Tuttavia, questa stabilità nasconde dinamiche territoriali opposte: il Nord cresce del 2,2 per mille (trascinato dal Nord-ovest a +2,3 e dal Nord-est a +2,1), il Centro resta immobile (0,0 per mille), mentre il Mezzogiorno perde il 3,1 per mille della popolazione, con un calo più marcato nel Sud (-3,1) rispetto alle Isole (-3,2).
Le regioni più vitali sono il Trentino-Alto Adige (+4,2 per mille), l’Emilia-Romagna (+3,4) e la Lombardia (+3,2). Al contrario, la crisi demografica è profonda in Basilicata (-9,0 per mille), Molise (-6,5) e Sardegna (-5,1).
Meno bebè, più futuro? Perché il declino demografico non deve spaventarci
La crisi della natalità e i matrimoni: un nuovo minimo storico
Spostandoci sulle nascite, il 2025 ha registrato appena 355mila nati, una flessione del 3,9% rispetto al 2024 (15mila bambini in meno). Il tasso di natalità è sceso a 6,0 per mille (era 6,3 nel 2024 e 9,5 nel 2005). Un nato su otto (48mila bambini, -5,6%) ha cittadinanza straniera. Il numero medio di figli per donna è stimato a 1,14 (era 1,18 nel 2024), con il Centro che tocca il valore più basso (1,07), seguito da Nord (1,15) e Mezzogiorno (1,16). A livello regionale, la Sardegna (0,85) è la meno prolifica per il sesto anno consecutivo, seguita da Molise (1,02) e Lazio (1,05), mentre il primato resta al Trentino-Alto Adige (1,40).
L’età media al parto sale a 32,7 anni (33,1 al Centro). La denatalità italiana è strutturale: come spiega l’Istat, se avessimo la fecondità francese (1,61), nascerebbero 494mila bambini, un numero comunque lontano dai 664mila nati in Francia a causa della nostra base di potenziali genitori ridotta.
Anche i matrimoni scendono a 165mila (-8mila), con un crollo dei riti religiosi (-11,7%) e una lieve flessione di quelli civili (-0,2%).
Il trionfo del vivere soli
Le famiglie italiane sono 26,6 milioni, in aumento di oltre 4 milioni rispetto ai primi anni Duemila. Questa crescita è dovuta alla frammentazione dei nuclei: la famiglia composta da una sola persona è oggi la più diffusa (37,1%, contro il 25,9% di vent’anni fa). Di conseguenza, la dimensione media della famiglia è scesa da 2,6 a 2,2 componenti. Le coppie con figli rappresentano il 28,4% (modello in forte calo), le coppie senza figli il 20,2%, mentre i monogenitori sono il 10,8% (8,6% madri sole, 2,2% padri soli).
Le persone che vivono sole sono il 16,9% della popolazione totale. Territorialmente, i “single” prevalgono al Centro (39,1%), mentre il Mezzogiorno conserva più coppie con figli (31,4% contro il 27,1% del Nord). Nel Mezzogiorno l’ampiezza familiare è scesa da 2,8 a 2,3 componenti in vent’anni, mentre al Centro-Nord è passata da 2,4-2,5 a 2,1.
Salute e longevità: si accorcia il divario tra i sessi
Nel 2025 i decessi sono stati 652mila (-0,2% sul 2024), pari a 11,1 morti ogni mille abitanti. La speranza di vita sale a 81,7 anni per gli uomini (+2 decimi) e 85,7 per le donne (+1 decimo). Il dato eclatante è il divario di genere sceso a 4 anni, minimo dal 1953 (il picco fu 6,9 anni nel 1979). Questo accorciamento dipende dal recupero maschile degli stili di vita migliori, meno fumo, progressi nelle cure cardiologiche, e dal cambiamento del ruolo sociale delle donne, più esposte a stress e rischi lavorativi.
Al Nord si vive di più (maschi 82,3, femmine 86,2) rispetto al Mezzogiorno (80,8 per i maschi contro 84,9 per le femmine), che però mostra guadagni di sopravvivenza superiori. L’Italia è il Paese più vecchio dell’Unione europea: l’età media è 47,1 anni (+6 mesi), mentre l’età mediana è 49,1 (contro i 44,9 della media e di quasi 10 anni superiore a quella dell’Irlanda con i suoi 39,6 anni). Gli over 65 sono 14,8 milioni (25,1% del totale), gli over 85 superano i 2,5 milioni (+101mila) e i centenari sono 24.700 (+2mila). I giovani (0-14 anni) sono appena l’11,6% (6,85 milioni, -168mila).
Immigrazione, cittadinanza e integrazione: l’apporto dei nuovi cittadini
Il bilancio demografico è tenuto a galla dagli stranieri: i residenti non italiani sono 5.560.000 (+188mila, +3,5%), mentre i cittadini italiani scendono a 53.383.000 (-189mila). Il saldo migratorio con l’estero è positivo per +296mila unità (risultato di 440mila ingressi e 144mila uscite). Gli ingressi dall’Asia crescono del 18,6% (Bangladesh +22%, India +22,7%, Pakistan +20%), mentre calano quelli dall’Europa centro-orientale (-15,4%) e dall’America Latina (-15,7%).
Gli espatri di cittadini italiani sono stati 109mila (-22,7%), diretti principalmente in Germania (13mila, -37,1%) e Regno Unito (11mila, -38,4%). Le acquisizioni di cittadinanza sono state 196mila (in calo rispetto alle 217mila del 2024 a causa del decreto legge 36/2025 sullo iure sanguinis), guidate da albanesi (26mila), marocchini (23mila) e rumeni (16mila). Infine, la mobilità interna tra Comuni ha coinvolto 1,45 milioni di persone (+5,1%), con un flusso netto di 45mila unità dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord. Le regioni più attrattive sono Valle d’Aosta (+2,4 per mille) ed Emilia-Romagna (+2,1), mentre la Basilicata registra la perdita maggiore (-5,5 per mille).

