Autismo: i segnali da riconoscere e il “sommerso invisibile”
- 02/04/2025
- Famiglia Popolazione Welfare
Secondo i dati più recenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, oggi si stima che nel mondo circa un bambino su 100 presenti un disturbo dello spettro autistico (ASD). In Italia, i dati del Ministero della Salute indicano una prevalenza di 1 su 77 nella fascia d’età tra i 7 e i 9 anni. Ma questi numeri, già di per sé significativi, nascondono una realtà ancora più complessa: la prevalenza nei maschi è quattro volte superiore rispetto alle femmine, con 480mila uomini diagnosticati a fronte di 120mila donne su un totale stimato di circa 600mila persone nello spettro nel nostro Paese.
Ma oltre le statistiche, ci sono storie di vita quotidiana, fatte di sfide, conquiste e relazioni profonde. E proprio per dare voce a queste storie, la Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo, istituita dalle Nazioni Unite nel 2007 e celebrata ogni anno il 2 aprile, rappresenta un momento fondamentale per accendere i riflettori su diagnosi, inclusione e supporto.
Diagnosi precoce, segnali da riconoscere e il sommerso invisibile
L’autismo è un disturbo del neurosviluppo che si manifesta nei primi anni di vita, spesso già entro i primi 18 mesi. I segnali possono variare ampiamente, ma esistono indicatori comuni che, se individuati in tempo, permettono di avviare interventi tempestivi ed efficaci. La Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Sinpia) ha stilato un elenco di dieci segnali di allarme che ogni genitore, educatore o pediatra dovrebbe conoscere:
- Non rispondono al proprio nome dopo i 12 mesi di vita.
- Non si voltano verso gli oggetti quando un’altra persona li indica.
- Evitano il contatto visivo e preferiscono stare da soli.
- Hanno difficoltà a relazionarsi con gli altri o mostrano scarso interesse per le persone.
- Non amano essere abbracciati o coccolati, oppure lo accettano solo se è una loro iniziativa.
- Sembrano assenti quando qualcuno parla loro, ma reagiscono ad altri suoni.
- Presentano un linguaggio immaturo o un ritardo nello sviluppo delle competenze linguistiche.
- Ripetono parole o frasi sentite invece di utilizzare un linguaggio adeguato all’età e comunicativo.
- Eseguono spesso movimenti ripetitivi, come battere le mani, dondolarsi o girare su sé stessi.
- Hanno reazioni insolite a stimoli sensoriali, come odori, sapori, suoni o sensazioni tattili.
Ma la diagnosi non è solo una questione clinica. È il primo passo verso un cambiamento possibile. “Serve una rinnovata consapevolezza – sottolineano i neuropsichiatri infantili – perché ogni bambino ha diritto a una cura personalizzata, continua, che tenga conto delle sue specificità e lo accompagni per tutto l’arco della vita”. Investire in formazione, tecnologie innovative, approcci evidence-based e sostegno alle famiglie non è un’opzione: è una necessità.
Stefania Millepiedi, vicepresidente Sinpia, ne è convinta: “Dobbiamo modificare abitudini consolidate e costruire una nuova cultura della salute, capace di integrare le sfide tecnologiche dell’intelligenza artificiale con la dimensione profondamente umana della cura”. Le fa eco Elisa Fazzi, presidente della società scientifica, che invita a ripensare il modello scolastico, lavorativo e sanitario in chiave inclusiva: “L’autismo è una sfida per tutti, non solo per le famiglie coinvolte”.
Ma c’è un aspetto meno noto, spesso ignorato dalle statistiche: il sommerso dell’autismo femminile. Secondo gli esperti della Società Italiana di Psichiatria, nelle donne l’autismo si presenta in forme meno riconoscibili. La capacità – spesso inconsapevole – di adattamento sociale maschera i sintomi attraverso fenomeni come il “camouflaging”. Il risultato? Diagnosi tardive o errate, con gravi conseguenze anche sul piano psicologico. “Il rischio – sottolinea Liliana Dell’Osso, presidente Sip – è quello di scambiare l’autismo per un disturbo borderline, di ansia, o di alimentazione, come l’anoressia nervosa, che in alcune ipotesi può essere interpretata come una manifestazione del fenotipo autistico femminile”.
Risorse, diagnosi e disuguaglianze: il quadro italiano
In Italia, si stima che siano circa 500mila le famiglie nelle quali è presente almeno una persona con disturbo dello spettro autistico. Secondo i dati dell’Osservatorio Nazionale Autismo, esistono 1.214 centri dedicati alla diagnosi e all’intervento, che seguono attualmente poco meno di 79mila utenti. Un numero importante, ma ancora lontano dal coprire l’intero fabbisogno nazionale. Disparità territoriali, liste d’attesa e carenza di personale aggravano il quadro.
Secondo Elisa Fazzi, presidente Sinpia e responsabile della Uonpia agli Spedali Civili di Brescia, “l’autismo sfida la famiglia, la scuola, la società e il Servizio sanitario nazionale. Per affrontarlo servono percorsi di cura sistematici, continuativi e personalizzati che sappiano integrare l’alta tecnologia con la relazione, la professionalità e la continuità”. Anche Massimo Molteni, direttore sanitario centrale dell’Irccs Eugenio Medea, sottolinea come “la traslazione delle scoperte scientifiche in interventi abilitativi resta una sfida aperta”. In altre parole, la ricerca va portata al letto del paziente, trasformata in pratica clinica, inserita in un ecosistema che valorizzi le diversità come risorse.
Oggi più che mai, la scienza sta offrendo nuovi strumenti: dalla genomica alle neuroimmagini, dall’intelligenza artificiale alla robotica sociale, le tecnologie possono potenziare la presa in carico e migliorare l’efficacia degli interventi. Ma serve una visione integrata che tenga insieme ricerca, formazione, continuità assistenziale e – soprattutto – umanizzazione della cura.
L’inclusione non può essere solo un valore astratto o uno slogan. Deve diventare una prassi concreta, una responsabilità collettiva. La Sinpia lo ricorda con forza: “Includere significa progettare ambienti accessibili, garantire l’autodeterminazione, personalizzare i percorsi educativi, sostenere il tutoraggio tra pari e assicurare una vita adulta dignitosa”. L’autismo non si esaurisce in un’etichetta clinica, ma riguarda persone con storie, desideri, paure, relazioni. Serve dunque una nuova cultura della salute, capace di coniugare intelligenza artificiale e umanità, diagnosi genetica e cura quotidiana. Per questo, la Sinpia rilancia un appello chiaro: “Abbiamo bisogno di un investimento concreto, stabile e coerente per costruire una società inclusiva, equa, capace di valorizzare tutte le forme di diversità”.
L’autismo senza cliché in “La vita da grandi”
Nel contesto della Giornata Mondiale per la Consapevolezza sull’Autismo, arriva un racconto potente, delicato e sorprendentemente ironico: “La vita da grandi”, debutto alla regia di Greta Scarano. Il film, che ha chiuso il Bif&st – Bari International Film&Tv Festival – e sarà distribuito dal 3 aprile, si ispira alla vera storia dei fratelli Margherita e Damiano Tercon, diventati noti grazie al loro libro autobiografico “Mia sorella mi rompe le balle” (Mondadori) e alla partecipazione a Italia’s Got Talent.
Protagonisti Matilda De Angelis (Irene) e Yuri Tuci (Omar), due fratelli che si ritrovano dopo anni di distanza. Lei torna nella città natale per occuparsi di lui, affetto da autismo. Ma Omar ha sogni precisi: vuole sposarsi, avere tre figli (perché “tre è il numero perfetto”) e diventare un cantante rap.
“È un viaggio all’interno di una famiglia – racconta Scarano, ospite del vodcast dell’Adnkronos – dove si parla di sentimenti, relazioni, difficoltà, ma anche di possibilità. Non solo di autismo, e soprattutto senza cliché”.
L’attrice-regista ha deciso di portare sullo schermo una storia vera, complessa e tenera. E nel farlo ha scelto una narrazione che non riduce l’autismo a una diagnosi, ma ne mostra la complessità attraverso i legami.