Più pensionati, meno lavoratori: l’Europa in crisi demografica
- 03/04/2025
- Mondo Popolazione
L’Unione Europea sta per entrare in un’era di declino demografico che cambierà profondamente il suo assetto socio-economico. A partire dal 2026, la popolazione del continente inizierà a ridursi, con impatti tangibili su economia, mercato del lavoro e welfare. Lo scenario tratteggiato dal think tank Bruegel non è dei più rosei: entro il 2050, ben 22 Stati membri su 27 vedranno una riduzione della popolazione in età lavorativa, mentre la quota di over 85 raddoppierà, mettendo a dura prova i sistemi sanitari e pensionistici. Il problema non è solo numerico, ma geografico: il calo sarà più marcato nei Paesi dell’Est e del Sud Europa, dove a un saldo naturale negativo (più decessi che nascite) si somma una scarsa capacità di attrarre immigrati. In altre parole, mentre le economie più sviluppate del Nord e dell’Ovest riusciranno a tamponare il problema grazie a una maggiore immigrazione, Sud ed Est rischiano di trovarsi in un circolo vizioso di invecchiamento e spopolamento.
Italia, Spagna e Grecia: il triangolo della crisi demografica
Se c’è un’area d’Europa dove il futuro demografico preoccupa più che altrove, è senza dubbio il Sud. Italia, Spagna e Grecia sono i tre Paesi più colpiti dal calo della popolazione in età lavorativa: entro il 2050, gli under 65 diminuiranno del 20%, mentre gli over 65 aumenteranno del 40%. Un combinato disposto che renderà sempre più difficile sostenere il sistema pensionistico e trovare lavoratori per settori già in crisi, come l’assistenza sanitaria e l’agricoltura.
Un elemento critico, evidenziato dal rapporto Bruegel, è la bassa occupazione giovanile: in questi tre Paesi, il tasso di occupazione nella fascia 15-29 anni è tra i più bassi d’Europa, nonostante una lieve riduzione del numero di Neet (giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione). L’Ue ha fissato come obiettivo per il 2030 un tasso di fuga dei giovani inferiore al 9%, ma Italia, Spagna e Grecia sono ancora lontane da questo traguardo. Per invertire la rotta, Bruegel suggerisce politiche mirate, come incentivi all’occupazione giovanile, misure di conciliazione lavoro-famiglia e investimenti infrastrutturali per rendere più attrattive le aree interne e rurali, sempre più soggette allo spopolamento.
L’Est Europa si svuota
Se nel Sud Europa il problema è la scarsa occupazione giovanile, nell’Est il dramma è la fuga dei giovani. Paesi come Lettonia, Lituania, Romania e Bulgaria stanno sperimentando una doppia emorragia: da un lato, la natalità è in calo vertiginoso; dall’altro, migliaia di giovani lasciano ogni anno i loro Paesi d’origine per cercare migliori opportunità altrove, soprattutto in Germania e nei Paesi nordici.
Secondo il rapporto Bruegel, l’Est Europa perderà 3,2 persone ogni mille abitanti all’anno fino al 2050, con un saldo migratorio negativo che peggiorerà ulteriormente la situazione. Senza un’inversione di tendenza, questi Paesi rischiano di vedere le loro economie stagnare per mancanza di forza lavoro, mentre il peso delle pensioni e della spesa sanitaria si farà insostenibile. La soluzione? Bruegel suggerisce un mix di misure: investire nella formazione e nella ricerca per trattenere i talenti, migliorare le condizioni di lavoro per rendere i Paesi più competitivi a livello salariale e incentivare il rientro dei giovani emigrati con agevolazioni fiscali e programmi di reinserimento.
Il Nord e l’Ovest reggono l’urto
A differenza del Sud e dell’Est, il Nord e l’Ovest Europa hanno una carta in più da giocare: la capacità di attrarre immigrati. Paesi come Germania, Francia, Svezia e Paesi Bassi hanno compensato il calo delle nascite con un saldo migratorio positivo, che ha permesso loro di mantenere un equilibrio demografico più stabile. Tuttavia, Bruegel mette in guardia da un errore di valutazione: l’immigrazione, pur essendo una risorsa, non può essere l’unica risposta al declino demografico.
L’integrazione dei nuovi arrivati è una sfida complessa e, se non gestita adeguatamente, può portare a tensioni sociali e squilibri nel mercato del lavoro. Per questo, il think tank raccomanda politiche che vadano oltre la semplice accoglienza, puntando su programmi di inclusione lavorativa e sociale, investimenti in istruzione e formazione per gli immigrati e misure per ridurre la concentrazione nelle grandi città, che rischia di lasciare le aree rurali sempre più deserte.
Politiche comuni per una sfida condivisa
Il declino demografico non è un problema di un singolo Stato, ma una sfida che riguarda l’intera Unione Europea. Eppure, ad oggi, manca una strategia comune e coordinata per affrontarlo. Bruegel sottolinea che le politiche devono essere differenziate a seconda delle esigenze di ciascun Paese: nell’Est è cruciale trattenere i giovani e migliorare le condizioni di lavoro; nel Sud, servono misure per favorire l’occupazione giovanile e la natalità; nel Nord e nell’Ovest, è essenziale investire nell’integrazione degli immigrati e nell’innovazione tecnologica per compensare il calo della forza lavoro.
Ma serve anche un piano generale a livello Ue, che armonizzi gli incentivi fiscali per le famiglie, migliori le infrastrutture regionali e renda più efficace la gestione della mobilità interna ed esterna. Se l’Europa vuole evitare un futuro di stagnazione economica e tensioni sociali, deve agire ora. Il conto alla rovescia è già iniziato.