Un giovane su tre al mondo sarà africano entro il 2050
- 2 Febbraio 2026
- Mondo
Entro il 2050, un giovane su tre sul pianeta sarà africano e il continente si prepara a ospitare un quarto dell’intera popolazione mondiale. Sono queste le proiezioni demografiche che delineano un mondo profondamente diverso da quello attuale. Una transizione che non è un semplice dato statistico, ma il fulcro attorno a cui ruoteranno gli equilibri geopolitici ed economici dei prossimi decenni. A evidenziarlo sono i rapporti dell’Agenzia francese per lo sviluppo (Afd) e del Fondo monetario internazionale (Fmi), secondo i quali la vera sfida consisterà nel trasformare questa massa critica in un reale “dividendo demografico” attraverso investimenti massicci in istruzione, salute e occupazione.
Resilienza e paradossi della crescita
In un contesto globale segnato da incertezze e rallentamenti, l’economia africana sta mostrando una notevole capacità di adattamento. Il Fondo monetario internazionale stima che la crescita globale si manterrà stabile intorno al 3,3% nel 2026, mentre per l’Africa subsahariana si prevede un’accelerazione più decisa, passando dal 4,4% del 2025 al 4,6% nel 2026 e 2027. Parliamo di una performance economica superiore alla media mondiale, ma che maschera una realtà complessa: il ritmo attuale è ancora insufficiente a compensare la rapida crescita della popolazione, che viaggia al 2% annuo. Il risultato è un Pil pro capite che rimane sostanzialmente stagnante, rendendo difficile la riduzione delle diseguaglianze.
Le divergenze regionali
La crescita economica africana, però, non è omogenea su tutto il continente e i dati rilevano profonde disparità tra le diverse regioni. L’Africa orientale si conferma la capofila della ripresa, con una crescita prevista del 6,7% nel 2026, trainata in particolare dalle riforme macroeconomiche in Etiopia. Ma anche l’Africa occidentale mostra segni di dinamismo, con nazioni come la Costa d’Avorio, il Benin e la Guinea che beneficiano di riforme fiscali e scoperte di giacimenti offshore.
Al contrario, l’Africa meridionale appare in affanno, con una crescita limitata al 2,1%, pesantemente condizionata dalle difficoltà strutturali del Sudafrica, dove crisi energetiche e problemi logistici frenano la produzione. Nigeria e Sudafrica, pur essendo giganti del continente, mostrano proiezioni diverse: la Nigeria dovrebbe crescere del 4,4% nel 2026, mentre il Sudafrica si fermerà all’1,4%.
La crisi del finanziamento e il cambio di paradigma
Per sostenere lo sviluppo di una popolazione così giovane, il continente necessita di capitali immensi: Unesco e Banca mondiale stimano che per raggiungere l’istruzione primaria e secondaria universale occorrerebbero 461 miliardi di dollari l’anno. Tuttavia, i canali di finanziamento tradizionali stanno cambiando drasticamente.
L’Aiuto pubblico allo sviluppo (Oda) proveniente dai Paesi occidentali è in netto calo, e questo fattore sta spingendo l’Africa a cercare nuovi partner strategici. La Cina è oggi il principale creditore bilaterale, detenendo circa il 60% del debito bilaterale africano. Intanto, stanno emergendo con forza i Paesi del Golfo, come Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, che nel 2023 hanno annunciato finanziamenti per oltre 53 miliardi di dollari destinati a progetti agricoli e infrastrutturali, come la modernizzazione dei porti in Somalia e Guinea.
Verso la sovranità finanziaria e fiscale
In risposta alla scarsità di capitali a basso costo, molti Stati africani stanno puntando sulla “sovranità finanziaria” attraverso strumenti innovativi e riforme interne. Si registra una crescente diffusione della finanza islamica: la Nigeria, ad esempio, ha emesso dal 2017 obbligazioni sukuk per oltre 700 milioni di dollari per finanziare infrastrutture stradali. Questi strumenti, conformi alla sharia, cioè la legge islamica, non generano interessi ma offrono una partecipazione ai ricavi di asset tangibili, attirando capitali dal Medio Oriente e dall’Asia.
Contemporaneamente, Paesi come il Ruanda e il Benin hanno avviato ambiziose modernizzazioni fiscali; in Ruanda, il 99,4% delle dichiarazioni dei redditi è ora gestito online, permettendo allo Stato di aumentare le entrate interne e ridurre la dipendenza dai mercati internazionali.
Urbanizzazione e industrie creative
La crescita futura dell’Africa non passerà solo attraverso i settori estrattivi, ma anche tramite la trasformazione delle sue metropoli e il talento dei suoi giovani. La rapida urbanizzazione sta rendendo necessari nuovi sistemi di mobilità pubblica, come i sistemi Bus Rapid Transit e la digitalizzazione dei servizi di trasporto. Inoltre, le industrie culturali e creative, in particolare la musica e la produzione audiovisiva in Paesi come Nigeria, Costa d’Avorio e Tanzania, stanno acquisendo un peso economico significativo.
Queste industrie non solo generano ricchezza attraverso le piattaforme digitali, ma contribuiscono a costruire una nuova sovranità culturale africana che racconta una storia di innovazione e diversità linguistica.
Opportunità e rischi
Il 2026 si prospetta come un anno di resilienza e trasformazione per l’Africa. Pur considerando le vulnerabilità che rimangano elevate, come il peso del debito pubblico o l’esposizione ai disastri climatici che minacciano la sicurezza alimentare, il continente sta cercando di prendere in mano il proprio destino economico. Il successo di questa transizione dipenderà dalla capacità dei leader africani di implementare riforme strutturali che favoriscano la diversificazione produttiva e dalla capacità della comunità internazionale di supportare una crescita che sia, al tempo stesso, inclusiva e a basse emissioni di carbonio.
Confronto con l’Europa: due velocità a confronto
Se da un lato l’Africa si proietta verso un futuro di crescita e prosperità, ma non privo di sfide, l’Europa si trova in una fase di crescita decisamente più contenuta e segnata da altrettante sfide strutturali persistenti. Secondo i dati del Fmi, la crescita nell’area euro è stimata appena all’1,3% per il 2026 e all’1,4% per il 2027. Questo ritmo è meno di un terzo rispetto alla crescita prevista per l’Africa subsahariana (4,6%) nello stesso periodo. Le principali economie europee mostrano segnali di stanchezza: la Germania prevede una crescita dell’1,1% nel 2026, la Francia dell’1,0% e l’Italia si ferma allo 0,7%. A frenare il vecchio continente sono i costi persistenti dell’energia e una minore capacità di beneficiare della spinta tecnologica legata all’intelligenza artificiale, che sta invece trainando Nord America e Asia. La differenza è ancora più marcata se si guarda alla demografia. Se l’Africa deve affrontare una popolazione giovanile in crescita, l’Europa deve gestire venti contrari legati a popolazioni che invecchiano.

