Telegram, adolescenti e gruppi chiusi: che cosa mostrano i casi di Bergamo e Pescara
- 31 Marzo 2026
- Giovani
A Bergamo un tredicenne annuncia su Telegram che colpirà la sua insegnante, poi la aggredisce a scuola e trasmette il gesto in diretta. A Pescara un diciassettenne viene arrestato con l’accusa di aver progettato una strage in un istituto superiore, mentre l’inchiesta ricostruisce la sua presenza in gruppi Telegram dove circolano contenuti estremisti. A tenere insieme i due casi, nelle parole di Andrea Fontana, psicologo, psicoterapeuta e professore associato di Psicologia clinica, a Demografica non è una lettura generica dei social, ma la funzione che un gruppo può assumere nel percorso di un adolescente: pubblico, specchio, codice, ambiente di legittimazione. È su questo snodo che si concentra l’analisi clinica.
Che cosa cambia quando il gruppo guarda e quando invece orienta
Il punto di partenza, nell’analisi di Fontana, è una distinzione netta tra i due casi. “Nel primo caso l’adolescente che compie quel gesto si rivolge a una platea che amplifica dal suo punto di vista, sostiene dal suo punto di vista, è spettatrice del suo gesto. Nell’altro caso, quello di Pescara, il gruppo diventa l’humus in cui quel gesto può trovare i codici culturali linguistici simbolici per giustificarsi, crescere e dirigere la violenza”. È una differenza che sposta l’attenzione dalla piattaforma in sé alla funzione svolta dal gruppo. Nel caso di Bergamo, la presenza del pubblico e la trasmissione del gesto rimandano a una dimensione di esposizione e di amplificazione. Nel caso di Pescara, invece, il gruppo viene descritto come il luogo in cui la violenza trova un vocabolario, una forma di riconoscimento e un sistema di riferimenti in cui organizzarsi.
La distinzione serve anche a evitare un’equivalenza automatica fra tutti i gruppi online. Fontana non attribuisce a Telegram una causalità diretta, ma descrive due usi diversi dello stesso ambiente.
Da una parte, una platea che “amplifica” e assiste; dall’altra, un contesto che offre “codici culturali linguistici simbolici” utili a far crescere e orientare il gesto violento. La sua lettura non alleggerisce la gravità dei fatti, ma delimita il punto clinicamente rilevante: non la semplice appartenenza a uno spazio digitale, bensì il modo in cui quel gruppo entra nel lavoro psichico dell’adolescente e nella costruzione del gesto.
Il gruppo come luogo di costruzione dell’identità in adolescenza
Fontana sposta il discorso dal mezzo tecnico alla dinamica di gruppo. “Io non farei troppo una distinzione tra gruppi online e gruppi offline, perché è proprio una questione di dinamica di gruppo”. Nella sua analisi, il nodo non è la piattaforma in sé, ma la funzione che il gruppo svolge in una fase della vita in cui il rapporto con i pari incide in modo profondo sulla definizione di sé.
Fontana colloca questo processo soprattutto nella prima e media adolescenza, fra i 13 e i 17 anni, cioè nella fase in cui il gruppo diventa uno dei luoghi principali di costruzione dell’identità. “Che cosa significa questo? Significa che si riconosce nel membro del gruppo, nel membro del gruppo trova l’amplificazione di alcune sue caratteristiche. Diciamo il gruppo funziona come specchio e deposito di aspetti del sé e dell’identità rafforzandoli”. In questa formulazione il gruppo appare come uno spazio di rispecchiamento: l’adolescente vi cerca conferma, riconoscimento, continuità.
La chiusura del gruppo modifica la qualità di questo processo. “Il rischio è proprio quello che non ci siano degli interlocutori che arrivano dall’esterno e che problematizzino”, osserva Fontana. “Per cui il gruppo online, così come quello offline certe volte, rischia di essere un circuito chiuso in cui si amplificano solo certe parti violente e aggressive”. La differenza pratica, aggiunge, è che “il gruppo offline ha la vita come perturbatore”, mentre nel gruppo online l’ingresso di fattori esterni che interrompano o ridimensionino quel circuito è più difficile. La sua lettura individua qui uno dei punti più rilevanti per comprendere il peso di community chiuse o semi-chiuse nell’esperienza adolescenziale.
Quando la community dà espressione a una parte del sé
Secondo Fontana, l’adolescente che si avvicina a una community in cui circolano contenuti estremi “sta cercando l’espressione di una parte di sé”. L’affermazione è importante perché sposta il discorso dal contenuto estremo in quanto tale alla relazione tra quel contenuto e la struttura psichica dell’adolescente. Nella sua analisi, il gruppo non introduce semplicemente qualcosa di esterno, ma intercetta una parte già presente. Questa parte, però, non ha lo stesso peso in tutti i ragazzi. “A volte questo può restare circoscritto”, spiega, riferendosi ai casi in cui il ragazzo trova un rispecchiamento per una componente aggressiva ma “sa bene distinguere tra una parte e il tutto e quindi, come dire, si ferma lì”.
La differenza emerge, nelle sue parole, quando si parla di adolescenti più fragili. “Adolescenti che hanno più problemi sono, invece, adolescenti che in quel gruppo trovano l’espressione di una parte del sé che poi diventa dominante rispetto a tutta la personalità e quindi poi si amplifica”. Qui la community non è più soltanto un luogo di appartenenza o conferma, ma uno spazio in cui una componente aggressiva o estrema acquista progressivamente centralità. L’accento, nella lettura clinica, non cade sulla quantità di tempo trascorsa online o sulla sola appartenenza formale al gruppo, ma sul modo in cui il gruppo consente a una parte del sé di occupare sempre più spazio.
Questo passaggio consente di leggere i gruppi Telegram come ambienti che, in alcuni percorsi adolescenziali, possono fornire continuità e forza a ciò che altrimenti resterebbe frammentario, intermittente o meno organizzato. La community, in questa prospettiva, non è solo un contenitore di messaggi: è il luogo in cui una parte del sé viene riconosciuta, rafforzata e, in alcuni casi, portata a dominare la personalità.
I meccanismi psicologici che intervengono nell’amplificazione della violenza
Quando il ragionamento si sposta sui meccanismi psicologici coinvolti, Fontana elenca una serie di processi che agiscono in modo congiunto. “Sicuramente imitazione e identificazione”, risponde, aggiungendo “anche aspetti dissociativi” e “anche una certa desensibilizzazione, nonché delle giustificazioni razionali per portare avanti il gesto”.
La sua risposta restituisce un quadro non lineare ma molto preciso: il gruppo agisce come luogo di imitazione, perché offre modelli di comportamento e posture da replicare; come luogo di identificazione, perché l’adolescente si riconosce in una comunità e in alcuni dei suoi membri; come spazio dissociativo, perché la parte più violenta può separarsi dal resto della personalità e acquistare una forza autonoma; come ambiente di desensibilizzazione, perché la ripetizione riduce l’impatto emotivo della violenza e ne normalizza la presenza.
Fontana insiste soprattutto sul potere delle giustificazioni reiterate. “Ripetute, ripetute, ripetute, trovano una loro forza di convinzione per il soggetto che poi va a agire atti violenti”. Il punto non è la fondatezza di quelle ragioni. Il punto è la loro capacità di consolidarsi soggettivamente attraverso la ripetizione interna al gruppo. In questo processo il gruppo produce una forma di autorizzazione: quello che all’esterno apparirebbe inaccettabile o delirante, all’interno del gruppo può assumere per il soggetto una coerenza crescente.
Nella sua formulazione più sintetica, il clinico descrive così il processo: “Quella parte più violenta incontra il gruppo violento e rafforza il suo dominio sulla personalità e quindi in qualche modo si legittima nell’incontro con il gruppo”. È un passaggio che spiega perché la questione dei gruppi Telegram non possa essere ridotta a semplice scambio di messaggi. Nel quadro delineato da Fontana, il gruppo non è solo un luogo dove si condividono contenuti: è un dispositivo di legittimazione, ripetizione, riconoscimento e rinforzo che può spostare il baricentro interno di un adolescente verso la parte più aggressiva.
I segnali che precedono il gesto e la pianificazione concreta
Quando si entra nel terreno della prevenzione, Fontana sposta il discorso dai profili psicologici generici ai segnali osservabili. “I segnali sono tantissimi e non sono neanche così invisibili”, dice. Cita ragazzi “ritirati, sospettosi, mediamente rancorosi”, ma precisa subito che questo da solo non basta, perché molti adolescenti possono presentare questi tratti senza arrivare a compiere gesti violenti. Ciò che cambia il quadro è la pianificazione. “Qui c’è anche tutta una pianificazione del gesto, la partecipazione, la preparazione, cioè ci sono anche dei segni proprio tangibili, comportamentali e fisici che vanno intercettati”.
La sua risposta elenca elementi concreti: “Questi sono ragazzi che hanno collezionato le armi, hanno scritto, hanno postato, hanno condiviso, hanno avuto il materiale”. La differenza, spiega, è quella tra un’idea o una fantasia e una preparazione concreta. “Qui parliamo non solo di un’idea di una fantasia, qui parliamo proprio del fatto che hanno avuto modo di pianificare quello che hanno immaginato di fare”. La presenza di scritti, materiali, condivisioni e confidenze ai compagni viene letta dal clinico come parte di una progressione osservabile, non come un’esplosione improvvisa. “Non arrivano mai out of the blue”, afferma.
In questa lettura, la questione dei gruppi Telegram rientra proprio nel tema della pianificazione e della preparazione. Il gruppo non è soltanto il luogo in cui il ragazzo esprime un disagio: può essere anche il contesto in cui il gesto viene annunciato, raccontato, verificato, alimentato o dotato di strumenti. Sul piano clinico, il valore di questi segnali sta nel fatto che indicano il passaggio dalla fantasia alla preparazione.
Come intervenire sui social senza ridurre tutto a divieto o controllo assoluto
Quanto all’intervento degli adulti, Fontana individua due linee oggi molto presenti nel dibattito: “da una parte c’è l’orientamento più del proteggerli dal contatto con i social, quindi c’è la linea del divieto o dell’astinenza. E dall’altra c’è la linea della frequentazione mediata, controllata, dialogata, dove l’adulto fa anche un po’ da interlocutore, da sponda riflessiva”. Fra i due orientamenti, Fontana privilegia il secondo. La scelta, nelle sue parole, si fonda sull’idea che l’accesso ai social possa diventare occasione di confronto e di riflessione, a condizione che l’adulto sia realmente presente. “È determinante la presenza mentale e fisica dei genitori”, afferma, perché lasciare ragazzi e ragazze “a loro stessi in un mondo che gli permette delle connessioni pressoché imprevedibili” apre un problema di gestione e di contenimento.
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Anche sul controllo del telefono, il clinico resta sul versante della vigilanza. “Un genitore ha il compito di sorvegliare e di monitorare”, dice, aggiungendo che “non ci trovo niente di male se, appunto, ha qualche sospetto e verifica”. Nello stesso tempo riconosce che “il tema della privacy in adolescenza è un tema molto delicato e molto importante”. Il punto, nella sua risposta, non è fissare un criterio unico valido per tutti, ma collegare l’intensità del controllo allo sviluppo della capacità riflessiva dell’adolescente. “Noi lo controlliamo fino a che non siamo abbastanza sicuri che possa ragionare con la propria testa”, spiega.
Il punto, per Fontana, è lo sviluppo delle capacità metacognitive e critiche. Fontana osserva che la maturazione di queste funzioni è variabile da individuo a individuo e che non esiste una soglia uguale per tutti. La sorveglianza, nella sua impostazione, non è una misura eccezionale legata solo ai casi estremi, ma un compito ordinario dell’adulto quando il ragazzo non dispone ancora di strumenti sufficienti per orientarsi da solo.
Casi estremi e rischio di generalizzazione
Fontana mette in guardia anche da un altro slittamento: trattare episodi come quelli di Bergamo e Pescara come se fossero rappresentativi dell’adolescenza nel suo complesso. “Io non trovo giusto che questi casi isolati vengano trattati come rappresentativi della maggior parte dei ragazzi e delle ragazze”, afferma. Il richiamo serve a circoscrivere l’analisi: i gruppi chiusi, il rispecchiamento e l’amplificazione della violenza entrano in gioco in percorsi specifici, non offrono una chiave generale per descrivere una generazione.
“La maggior parte dei ragazzi sono degni di fiducia”, dice. E aggiunge un riferimento al caso di Bergamo: “L’insegnante è stata salvata da un altro ragazzo o da un’altra ragazza che si è messo in mezzo”. Il richiamo serve a non trasformare episodi estremi in un ritratto complessivo dell’adolescenza.
La sua attenzione resta concentrata sui casi estremi, sui loro passaggi interni e sui meccanismi che li rendono possibili, non su una diagnosi complessiva dell’adolescenza. “Questi sono, purtroppo, gesti criminali, figli di un disagio covato per anni che poi esplode perché trova a un certo punto il momento di crisi e l’amplificazione legata al gruppo, ai social e agli aspetti culturali, ma i nostri ragazzi non sono così”, conclude.

