Bergamo, 13enne accoltella la prof in diretta social. Gli esperti: “Ecco cosa c’è dietro”
- 28 Marzo 2026
- Giovani
Una maglietta con la scritta “vendetta”. Un cellulare fissato all’altezza del torace pronto a riprendere l’atto di violenza estrema in diretta social. La premeditazione in un messaggio condiviso su Telegram e un volto che conserva ancora un aspetto da bambino. Sono questi i tristi dettagli con i quali potremmo riassumere la tragedia che si è consumata nei giorni scorsi a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, dove un ragazzino di 13 anni ha cercato di spezzare la “noiosa routine” accoltellando la propria insegnante di francese.
E mentre il Paese si interroga sull’accaduto e le istituzioni invocano una stretta sui social per i minori, gli esperti scavano in quella “ferita narcisistica” che ha trasformato un banco di scuola nel teatro di un tentato omicidio.
I fatti
Erano le 7:45 dello scorso mercoledì 25 marzo. Una mattina come tante che stava per essere squarciata dal sangue. Nei corridoi della scuola “Leonardo da Vinci”, in una cittadina di neanche 10mila abitanti, il 13enne ha atteso la sua vittima, la professoressa di francese Chiara Mocchi.
Con un coltello da combattimento a lama seghettata, il giovane ha colpito al collo e al torace la propria insegnante, lasciandola in fin di vita davanti agli occhi terrorizzati dei compagni. Altri docenti a supporto hanno bloccato il ragazzo e sono intervenuti per porre fine al triste evento. Nello zaino, come in un macabro kit di guerra, portava anche una pistola scacciacani e dello spray al peperoncino.
L’urlo nel silenzio dei social
Dietro il gesto che arriva come l’ultimo di una lunga lista di violenze consumate nelle scuole italiane, c’è l’ennesimo abisso di isolamento e pianificazione. Su Telegram, in un manifesto scritto in inglese, il ragazzo aveva confessato il suo disagio: “Sono stanco di essere banale”. In quelle righe emerge il ritratto di un adolescente che si sentiva “umiliato” e “preso di mira”, convinto che l’unica via per esistere fosse infrangere le regole nel modo più estremo possibile. Una sfida lanciata al mondo con la consapevolezza gelida di chi sa che, a 13 anni, per la legge italiana non è imputabile.
“Insegnare resta il mio sogno”: la forza della vittima
Dall’ospedale Papa Giovanni XXIII, con la voce ancora flebile, la professoressa Mocchi ha risposto all’orrore con una forza che commuove. Nonostante le cicatrici sul collo e sul cuore, ha affidato a una lettera il suo desiderio più grande: “Insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia”. Non prova odio per quel bambino che ha cercato di ucciderla, ma solo il desiderio che i suoi studenti possano tornare a crescere “sereni e protetti”, lontano dall’incubo che hanno dovuto vedere.
“L’influenza devastante dei social”
A esprimersi sui fatti, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, il quale ha definito l’influenza dei social media “devastante” per i giovani. Tra dark web, sfide estreme e la spirale d’odio online, il ministro ha auspicato norme che limitino l’uso dei social per i più piccoli, ritenendolo un passo non più rimandabile. Infine, Valditara ha difeso l’eventuale ricorso ai metal detector nelle scuole, sottolineando che non si tratta di sola repressione ma di necessità di sicurezza, e ha ricordato lo stanziamento di 20 milioni di euro da parte del governo per il supporto psicologico degli studenti.
E il senso di insicurezza si fa sempre più reale: secondo un instant poll di Skuola.net, oltre un alunno su due non si sente più al sicuro tra i banchi e la stragrande maggioranza degli studenti (ben l’84%) sembrerebbe ora appoggiare la linea del rigore e delle punizioni esemplari.
Metal detector e violenza giovanile: “La scuola rischia di diventare un luogo di controllo”
Oltre il coltello: il parere degli esperti
Ma perché un ragazzino arriva a tanto? A spiegarcelo è lo psicoterapeuta e Giudice Onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Milano Luca Dinatale che parla di un “progetto distorto di riconoscimento”: “Anche un voto può diventare una ferita narcisistica – spiega Dinatale -, non per il suo valore in sé, ma per ciò che rappresenta in termini di riconoscimento e identità. In contesti sociali più piccoli, dove la visibilità è maggiore, la mortificazione sociale si amplifica e il sentirsi non riconosciuti può tradursi in una sensazione più radicale – ha aggiunto Dinatale -: quella di non esistere per l’altro. In adolescenza il bisogno di essere visti è centrale per costruire il proprio senso di valore. Quando questo viene meno, la violenza può assumere una dimensione vendicativa: un tentativo estremo di uscire dall’anonimato e affermare la propria esistenza”. E conclude: “Non è solo un atto contro qualcuno, ma spesso un progetto distorto di riconoscimento”.
Dall’altro lato, il pedagogista Daniele Novara mette sotto accusa una scuola troppo concentrata sul “nozionismo” e sulla pressione dei voti, che dimentica di insegnare a vivere e a gestire i conflitti. Secondo Novara e il Centro Psicopedagogico (Cpp), la soluzione non sono i metal detector, ma la “pedagogia maieutica”: bisogna insegnare ai ragazzi a stare nelle divergenze senza trasformarle in minacce, ricostruendo una comunità educante che sappia ascoltare il dolore prima che diventi violenza.

