Educare al consenso: l’importanza dei segnali nell’era digitale
- 04/04/2025
- Giovani
Quando parliamo di consenso sessuale, l’immaginario collettivo si muove ancora tra segnali corporei e parole esplicite. Ma cosa succede quando il corpo scompare dallo schermo e il contatto avviene via messaggio, app, video o foto? Il consenso nel mondo digitale non è una traduzione automatica di quello offline. È un linguaggio nuovo, fatto di emoji ambigui, silenzi interpretati, immagini non richieste, oggi parte integrante delle relazioni tra giovani e giovanissimi. Eppure, quando si tratta di consenso, la dimensione digitale viene spesso ignorata, o trattata in modo superficiale.
Il report “Consent in Digital Sexual Cultures” pubblicato dal King’s College di Londra e curato dalla ricercatrice Rikke Amundsen, ci mette di fronte a un’urgenza educativa: il consenso non è un dato di default, nemmeno online. Anzi, proprio il digitale amplifica le zone grigie, spalanca dubbi, scardina certezze. È qui che le nuove generazioni crescono e si confrontano: sexting, dating app, OnlyFans, videochiamate intime… tutto questo è parte integrante della cultura sessuale contemporanea.
Le ricerche condotte in Regno Unito mostrano come le ragazze siano spesso esposte a forme di pressione per inviare immagini intime, mentre i ragazzi tendono a recepire messaggi ambigui su cosa significhi rispetto e desiderio. Le differenze di genere si riflettono nella percezione di sé, nei ruoli attesi, nella gestione dei rifiuti e nella legittimità del silenzio. Il problema, però, non è solo individuale. È culturale. E riguarda il modo in cui la scuola, le famiglie, i media e le tecnologie affrontano il tema del consenso nel quotidiano digitale.
In questo scenario, educare al consenso non significa soltanto trasmettere l’idea che “no significa no”. Significa piuttosto insegnare a riconoscere i segnali, a porre domande esplicite, a rispettare le esitazioni, a non interpretare il silenzio come accondiscendenza. Tutto questo è ancora assente da molti programmi educativi europei, Italia compresa.
Il linguaggio digitale del desiderio
Uno degli aspetti più rilevanti messi in luce dal report riguarda la trasformazione del linguaggio del desiderio. Nel mondo digitale, le comunicazioni sessuali sono spesso indirette, frammentate, aperte a interpretazioni. Un cuore inviato via chat, un like a una foto, un messaggio letto ma senza risposta: ogni gesto può essere frainteso. E questo alimenta un clima in cui il consenso rischia di essere dato per scontato o, peggio ancora, ignorato.
Un’area particolarmente critica è quella del sexting, ormai diffuso tra adolescenti e giovani adulti. La condivisione consenziente di immagini intime può essere vissuta positivamente, ma solo a patto che sia accompagnata da una comunicazione chiara e reciproca. Spesso, invece, avviene sotto pressione, o senza che tutte le implicazioni siano comprese. E quando le immagini vengono diffuse senza autorizzazione – come nel caso del revenge porn – le conseguenze psicologiche e sociali possono essere gravi.
La questione centrale è che il consenso digitale deve essere esplicito, continuo e ritirabile. Un sì dato ieri, o espresso in un certo contesto, non vale in modo indefinito. Eppure, molte app e piattaforme digitali non sono progettate per facilitare questo tipo di comunicazione. La struttura stessa degli ambienti digitali – veloci, orientati alla performance, poco riflessivi – tende a ridurre la possibilità di fermarsi, negoziare, capire.
Il report evidenzia inoltre come le donne e le minoranze di genere siano più esposte a forme di molestia, richieste insistenti o contatti indesiderati. I meccanismi di segnalazione spesso non sono sufficienti, e mancano strumenti di prevenzione e supporto. In questo senso, le piattaforme digitali non possono sottrarsi alla responsabilità di creare ambienti più sicuri, inclusivi e rispettosi delle dinamiche del consenso.
Una nuova educazione affettiva per una generazione connessa
Il consenso non è un concetto astratto, né un automatismo. È un processo che si apprende, si discute, si negozia. Per questo il report britannico insiste sulla necessità di Consent in Digital Sexual Cultures, che tenga conto delle specificità del digitale. Le esperienze raccolte sul campo mostrano che i giovani hanno bisogno di spazi in cui poter porre domande, confrontarsi, raccontare esperienze senza timore di essere giudicati.
In alcuni casi, le organizzazioni del terzo settore e le associazioni che operano nei territori riescono a offrire questi spazi. Ma si tratta ancora di interventi parziali, frammentati, spesso non sostenuti da politiche pubbliche strutturali. L’Consent in Digital Sexual Cultures, in particolare, soffre l’assenza di un’educazione sessuale obbligatoria e sistematica, mentre la gran parte dell’informazione sui temi del corpo, del desiderio e della relazione proviene da fonti non controllate.
Educare al consenso digitale significa insegnare non solo a dire “no”, ma anche a comprendere i “forse”, a rispettare i cambi di idea, a riconoscere quando un messaggio non è benvenuto. Ma significa anche coinvolgere le tecnologie, chiedere a chi progetta le piattaforme di prevedere strumenti che favoriscano comunicazioni trasparenti, e promuovere culture digitali più lente, più attente, più rispettose.
Il report invita infine a superare una visione punitiva o moralistica del sesso online. Non si tratta di proibire, ma di accompagnare. La sessualità digitale è parte integrante della crescita affettiva contemporanea. Negarla o ignorarla significa lasciare le nuove generazioni senza strumenti. Serve una rete educativa ampia, competente, capace di leggere i nuovi linguaggi senza paura, e di trasformarli in occasioni per crescere.