“Sì, lo voglio”… sempre meno
- 19 Gennaio 2026
- Famiglia
C’è una formula che per decenni ha funzionato da spartiacque biografico: “Sì, lo voglio”. Tre parole, pronunciate davanti a un pubblico e a un ufficiale, che segnavano l’ingresso nella vita adulta. Oggi quelle parole reggono sempre meno. Nel 2024 in Italia i matrimoni scendono a 173.272: il 5,9% in meno rispetto all’anno precedente, secondo i dati dell’Istat. Non è un rimbalzo mancato, non è un assestamento congiunturale. È un altro gradino verso il basso, aggiunto a una discesa che dura da quarant’anni.
Il dato colpisce soprattutto per la sua ordinarietà. Nessun evento eccezionale, nessuna crisi improvvisa: semplicemente, sempre meno coppie decidono di sposarsi. E quando lo fanno, lo fanno tardi, con prudenza, spesso senza chiesa e quasi sempre separando i patrimoni. Il matrimonio resta, ma non governa più il calendario della vita. Intorno, il sistema si riorganizza: convivenze stabili, figli fuori dal vincolo coniugale, un contenzioso che cala perché cala la “materia prima”, un intero indotto economico che si ridimensiona. Il Paese che per decenni ha esportato l’immagine del matrimonio come rito centrale si scopre oggi allineato, e in diversi indicatori al di sotto, della media europea.
Meno matrimoni, meno giovani, meno urgenza
Il calo del 2024 non è uniforme, ma segue linee note. Nel Mezzogiorno la flessione è più marcata (-8,3%), nel Centro arriva a -5,0%, nel Nord si ferma a -4,3%. A pesare non è solo la scelta individuale: è la struttura demografica. Le generazioni che oggi dovrebbero alimentare la nuzialità sono numericamente ridotte, figlie di una denatalità che non concede pause. Nel 2024 i nati residenti sono poco meno di 370mila, con una fecondità stimata a 1,18 figli per donna. Meno nati ieri significa meno sposi oggi.
Dentro questa cornice, i primi matrimoni sono quelli che arretrano di più: 130.488 nel 2024, -6,7% sul 2023. La loro quota sul totale scende al 75,3%, contro valori prossimi all’80% nel 2019: un arretramento che segnala come il matrimonio stia smettendo di coincidere con l’ingresso nella formazione di una nuova famiglia. Le seconde nozze, dopo la crescita legata all’introduzione del “divorzio breve”, mostrano a loro volta una battuta d’arresto: 42.784 celebrazioni, -3,5% in un anno.
L’età fa il resto. Nel 2024 ci si sposa in media a 34,8 anni per gli uomini e a 32,8 per le donne. Dieci anni fa erano oltre due anni in meno. Il rinvio non è compensato più avanti: la quota di uomini sposati entro i 34 anni scende sotto il 57%, quella delle donne sotto il 70%. Il matrimonio smette di essere una tappa obbligata e diventa una possibilità fra le altre, spesso preceduta (e talvolta sostituita) da convivenze di lunga durata. Le unioni di fatto superano ormai 1,7 milioni: quasi quattro volte quelle di inizio anni Duemila. Un cambiamento strutturale, non una fase.
Perché matrimonio e figli non sono più certezze per i giovani?
Civile, sobrio, separato: il matrimonio che resta
Se il numero delle nozze cala, la loro forma cambia ancora più rapidamente. Nel 2024 il 61,3% dei matrimoni viene celebrato con rito civile. I religiosi crollano di un altro 11,4% in dodici mesi, accentuando una tendenza che non nasce con la pandemia e non si esaurisce con essa. Il picco del 2020 (quando oltre il 70% delle nozze fu civile per effetto delle restrizioni Covid) è stato un’eccezione, ma non ha lasciato il campo com’era prima. Il Comune ha ormai superato stabilmente la chiesa come luogo prevalente della celebrazione.
La scelta del rito è tutt’altro che neutra. Il civile domina nelle seconde nozze (95,1%), spesso per necessità, e nei matrimoni con almeno uno sposo straniero (91,8%). Ma cresce anche tra i primi matrimoni, arrivando al 50,2%. Qui la frattura territoriale è netta: nel Mezzogiorno resta minoritario (26,0%), nel Nord diventa maggioritario (58,5%). Un’Italia che si sposa in modo diverso a seconda del contesto economico e culturale, più che della tradizione.
Ancora più eloquente è il regime patrimoniale. Nel 74,8% dei casi le coppie scelgono la separazione dei beni. Trent’anni fa era una minoranza; oggi è la norma. Il matrimonio, quando viene celebrato, non coincide più con una fusione economica. È una tutela affettiva con confini ben tracciati, una scelta che tiene conto dell’eventualità della rottura. Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani, lo dice senza giri di parole: “Il matrimonio non è più il sogno degli italiani e delle italiane”. E aggiunge che la diminuzione di separazioni e divorzi non segnala maggiore stabilità, ma semplicemente meno matrimoni da sciogliere.
Stranieri, nuovi italiani e nozze di destinazione
In un mercato che si restringe, la componente internazionale resta uno degli elementi più dinamici. Nel 2024 i matrimoni con almeno uno sposo straniero sono 29.309, pari al 16,9% del totale, in lieve calo rispetto all’anno precedente. La loro distribuzione segue l’insediamento delle comunità straniere: nel Centro-Nord superano un quinto delle celebrazioni, nel Mezzogiorno si fermano sotto il 10%. Bolzano, Umbria e Toscana guidano la classifica; Puglia e Sicilia restano in coda.
I matrimoni misti sono la quota più consistente: oltre 21mila, il 71,7% del totale con almeno uno sposo straniero. Anche qui emergono asimmetrie di genere: più di sette su dieci coinvolgono uno sposo italiano e una sposa straniera. Le combinazioni di cittadinanza riflettono flussi migratori e composizioni demografiche delle comunità presenti in Italia, ma raccontano anche una crescente normalizzazione di questi legami, ormai parte strutturale del panorama matrimoniale.
A cambiare il quadro è poi l’aumento dei cittadini italiani per acquisizione: oltre due milioni a fine 2024. Sempre più matrimoni formalmente “italiani” coinvolgono persone nate straniere, ridisegnando le categorie statistiche tradizionali. Tra i matrimoni misti, il 16,5% include uno sposo italiano per acquisizione; tra quelli di entrambi sposi italiani la quota arriva al 4,9%, più che raddoppiata rispetto a pochi anni fa.
Accanto a tutto questo resiste il cosiddetto turismo matrimoniale. Nel 2024 si contano 3.378 nozze tra sposi entrambi stranieri e non residenti, quasi il 2% del totale. Dopo il crollo del 2020, la ripresa è stata graduale ma costante. Per molti territori ad alta vocazione turistica, queste celebrazioni compensano in parte il calo delle nozze domestiche, spostando il baricentro del “mercato” verso coppie che scelgono l’Italia come scenografia, non come luogo di vita.
Meno matrimoni, meno contenzioso, più città
Il ridimensionamento delle nozze trascina con sé anche separazioni e divorzi. Nel 2024 le separazioni scendono a 75.014 (-9,0%), i divorzi a 77.364 (-3,1%), con un calo di oltre il 20% rispetto al picco del 2016. Non è una riconciliazione collettiva: è una conseguenza diretta della diminuzione dei matrimoni e della diffusione di unioni che non passano dal vincolo coniugale. Meno atti in entrata, meno procedimenti in uscita.
Le unioni civili, introdotte nel 2016 come canale di riconoscimento per le coppie dello stesso sesso, mostrano anch’esse un rallentamento. Nel 2024 se ne contano 2.936, -2,7% sull’anno precedente, con un’ulteriore flessione nei dati provvisori del 2025. La loro distribuzione è fortemente urbana: oltre un quarto si concentra nei dodici grandi Comuni, con Roma e Milano in testa. Anche qui emerge una geografia netta, che riflette opportunità, servizi e contesti sociali più che tradizioni locali.
Nel complesso, il quadro restituisce un Paese in cui il matrimonio non scompare, ma perde il ruolo di architrave. Diventa una scelta selettiva, spesso tardiva, regolata con cautela. Intorno, la famiglia si costruisce in modi diversi, con tempi più lunghi e confini più mobili. Non è una rivoluzione improvvisa, ma una normalizzazione europea che procede per sottrazione, un anno dopo l’altro.

