Invertire l’invecchiamento è possibile? Al via i primi test sull’uomo
- 10 Aprile 2026
- Mondo
Oggi, la società Life Biosciences di Boston si prepara a varcare l’ultima frontiera della longevità dando il via alla sperimentazione clinica su pazienti umani. Come spiegato da Sharon Rosenzweig-Lipson a Nature, direttore scientifico dell’azienda, il primo obiettivo sarà curare forme gravi di cecità legate all’età, come il glaucoma e la neuropatia ottica ischemica anteriore non arteritica. La terapia non è un farmaco tradizionale, ma un virus modificato che trasporta “geni della giovinezza” direttamente nell’occhio. Per garantire la massima sicurezza, questi geni saranno regolati da un interruttore genetico: si attiveranno solo se il paziente assumerà un particolare antibiotico, permettendo ai medici di spegnere il trattamento in caso di complicazioni.
Ma per capire come la scienza sia arrivata a proporre di “resettare” un organo umano, dobbiamo guardare indietro ai momenti chiave che hanno reso possibile questo miracolo tecnologico.
2020: il successo che ha cambiato tutto
Sei anni fa, il campo della longevità ha vissuto il suo “momento Eureka” nei laboratori del Whitehead Institute di Cambridge. Il genetista Yuancheng Ryan Lu, sotto la guida del suo mentore David Sinclair della Harvard Medical School, riuscì a ripristinare la vista in topi anziani affetti da glaucoma. Lu aveva introdotto negli occhi dei roditori tre geni specifici, osservando con incredulità sotto il microscopio che i nervi ottici, strutture che nei mammiferi adulti non si rigenerano mai, avevano ripreso a crescere come se appartenessero a cuccioli. Quella scoperta ha dimostrato che le cellule invecchiate conservano una “copia di backup” della propria giovinezza, che aspetta solo di essere riattivata.
La fine della vecchiaia? Uno scienziato di Harvard spiega come “ripulire” le nostre cellule
2010 – 2016: l’intuizione della “riprogrammazione parziale”
Il successo di Lu poggiava su esperimenti precedenti. Nel 2016, Juan Carlos Izpisúa Belmonte, allora al Salk Institute e oggi scienziato di punta di Altos Labs, dimostrò che attivando ciclicamente i geni della giovinezza si poteva estendere la vita di topi con invecchiamento accelerato e migliorare la guarigione di muscoli e pancreas in topi sani.
Tuttavia, l’idea teorica originale risale al 2010. Fu allora che Prim Singh, biologo alla Nazarbayev University (Kazakistan), e il collega Fred Zacouto proposero di usare questi geni solo per brevi periodi. La loro visione, chiamata “riprogrammazione parziale”, era rivoluzionaria: resettare le cellule per soli 2-4 giorni era sufficiente a renderle molecolarmente più giovani senza far loro perdere la propria identità (un neurone doveva restare un neurone, non diventare una cellula generica).
2006: il segreto svelato dal Nobel
Tutto il settore nasce dalla scoperta monumentale di Shinya Yamanaka, biologo delle cellule staminali dell’Università di Kyoto. Nel 2006, Yamanaka individuò quattro proteine, oggi note come “fattori di Yamanaka”, capaci di trasformare una cellula adulta (come quella della pelle) in una cellula staminale embrionale (iPS). Questa scoperta, premiata con il Nobel, ha dimostrato che il tempo biologico non è un binario a senso unico, ma può essere invertito.
La radice biologica: la “grammatica” e il miracolo dell’ovocita
Ma qual è il meccanismo profondo dietro questo reset? Come spiegato negli studi di Vittorio Sebastiano, biologo della Stanford University e della Uc Irvine, l’invecchiamento non è nel Dna (l’alfabeto digitale della vita), ma nell’epigenoma, che lui paragona a una “grammatica cellulare”. Con il tempo, questa grammatica accumula errori e “macchie”, impedendo ai geni di accendersi e spegnersi correttamente. La riprogrammazione agisce come una pulizia di questa grammatica, riportandola da “nero” a “bianco”.
L’ispirazione suprema di questa ricerca risiede proprio nella biologia della riproduzione femminile. Sebastiano ha sottolineato che l’immortalità cellulare esiste già: da 3,6 miliardi di anni, la vita fluisce senza invecchiare attraverso le cellule uovo. Ogni bambino nasce con un’età biologica “zero” perché l’ovocita (la cellula uovo) possiede la capacità naturale di resettare completamente l’orologio epigenetico dei genitori. Gli scienziati stanno oggi cercando di “copiare” questo processo naturale per applicarlo a tutto il corpo.
La sfida della sicurezza e la corsa all’oro
Nonostante l’entusiasmo di ricercatori come Johannes Gräff (epigenetista all’EPFL di Losanna), che vede nel reset epigenetico la chiave per curare malattie come l’Alzheimer, i rischi restano elevati. Spingere troppo il reset può causare tumori o la perdita dell’identità cellulare, come avverte Tamir Chandra della Mayo Clinic. Per questo, scienziati come Noah Davidsohn di Rejuvenate Bio hanno rimosso dal cocktail originale il gene pericoloso c-Myc. Questa promessa di “curare l’invecchiamento” ha scatenato investimenti record: è nata così Altos Labs, con 3 miliardi di dollari forniti dall’imprenditore Yuri Milner; ma anche Sam Altman di OpenAI ha finanziato Retro Biosciences, mentre Brian Armstrong (Coinbase) ha co-fondato NewLimit.
Così, mentre il dibattito continua, con scettici come Pete Williams (Centre for Eye Research Australia) che si chiedono se rendere un tessuto funzionale equivalga davvero a ringiovanirlo, la scienza va avanti e il trial di Sinclair e della Life Biosciences ci dirà presto se siamo davvero pronti a riprendere il controllo sul nostro orologio biologico.

